In Italia dieci persone al giorno si tolgono la vita. Nel 2022 i suicidi registrati sono stati 3.934; nel 2021 erano 3.870, nel 2020 3.748: una crescita lenta ma continua. Dentro questi numeri ce n’è uno che quasi non entra mai nel dibattito pubblico: quasi quattro suicidi su dieci riguardano persone con più di 65 anni.
Secondo le elaborazioni più recenti su dati Istat, i suicidi degli anziani rappresentano il 37% del totale, mentre gli over 65 sono poco più del 24% della popolazione. Vuol dire che in un anno come il 2022, su quasi quattromila morti per suicidio, oltre 1.400 sono persone anziane.
Non è un’anomalia di un anno sfortunato. L’Istituto Superiore di Sanità, lavorando su serie di dati più lunghe, conferma che “circa un terzo” di tutte le morti per suicidio in Italia riguarda gli over 65, con una proporzione simile tra uomini e donne. In più di tre casi su quattro, però, la vittima è un uomo: la sovra-mortalità maschile è una costante, e cresce proprio con l’età.
Fuori dai confini italiani il quadro non è meno netto. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che ogni anno oltre 720 mila persone muoiano per suicidio; secondo le ultime Global Health Estimates, circa un sesto di questi decessi – il 16,6% – riguarda persone con 70 anni e più. Una revisione pubblicata su Nature Aging calcola che già nel 2017 i tassi di suicidio nelle fasce 50–69 e 70+ fossero i più alti dell’intero arco di vita, con 27,5 morti per 100.000 abitanti tra gli over 70.
Un’altra rassegna internazionale parla di circa 150 mila suicidi all’anno in tarda età e stima che tra il 16 e il 20% di tutti i suicidi al mondo avvengano in persone anziane. Il mondo invecchia, e il numero assoluto di anziani che si tolgono la vita cresce con lui.
Nel racconto mediatico, però, il suicidio resta quasi sempre una storia di giovani. A livello globale è vero che tra i 15 e i 29 anni il suicidio è tra le prime cause di morte, come ricorda l’OMS, ma se si guarda a dove si concentra il numero totale di decessi, la curva si sposta sui decenni più avanzati.
In Italia, ad esempio, i suicidi tra i 15 e i 34 anni rappresentano circa il 14% del totale, secondo le elaborazioni presentate alla Camera dall’Osservatorio nazionale suicidi, cioè meno della metà della quota che riguarda gli anziani. È una distorsione dello sguardo: si discute dell’“epidemia di disagio giovanile”, mentre il grosso delle morti resta nelle età in cui la società dà per scontato che la sofferenza sia inevitabile.
La salute mentale degli anziani, intanto, è tutto fuorché un dettaglio. L’OMS stima che circa il 14% degli over 70 viva con un disturbo mentale, soprattutto depressione e ansia. In Italia, l’ISS rileva che circa il 9% degli over 65 riferisce sintomi depressivi e percepisce compromesso il proprio benessere psicologico, una quota più alta rispetto alla media degli adulti.

Non stiamo parlando solo di “tristezza della vecchiaia”: la depressione non trattata è uno dei principali fattori di rischio per il suicidio, soprattutto se si somma a malattie croniche, dolore fisico, perdita di autonomia.
I numeri mostrano anche un legame diretto tra il modo in cui invecchiamo e il rischio di gesti estremi. In Italia, la mortalità per suicidio aumenta con l’età per entrambi i sessi, ma negli uomini l’incremento diventa esponenziale dopo i 65 anni: si passa da circa 14 suicidi ogni 100.000 abitanti nella fascia 65–69 a oltre 40 ogni 100.000 tra i più anziani, secondo le analisi sul fenomeno sucidario italiano.
Gli epidemiologi collocano il punto di svolta proprio attorno all’età della pensione, quando spesso coincidono uscita dal lavoro, figli che lasciano casa, peggioramento delle condizioni di salute, restringimento delle reti sociali.
La solitudine non è una categoria morale, ma una variabile misurabile. Negli studi internazionali su suicidio e vecchiaia, i fattori che ricorrono sono sempre gli stessi: isolamento sociale, lutto, violenza domestica, povertà, abuso. Una serie di lavori coordinati da Diego De Leo sottolinea che solitudine e maltrattamenti sono due dei principali amplificatori del rischio di suicidio in tarda età.
In Corea del Sud, paese con uno dei tassi di suicidio anziano più alti dell’OCSE, quasi metà degli ultra 65enni vive sotto la soglia di povertà e gli anziani poveri si tolgono la vita anche per non essere un “peso” per le famiglie. Non è un caso che proprio la combinazione di povertà e solitudine emerga anche nelle denunce di chi lavora con gli anziani in Italia: l’Osservatorio Onda lo dice da anni, ricordando che “un suicidio su tre è over 65” e che il tallone d’Achille della terza età è la solitudine.
Sul versante delle politiche, i numeri sono ancora più espliciti. In Italia non esiste un piano nazionale di prevenzione del suicidio strutturato per fasce d’età e per contesti sociali; gli stessi esperti che analizzano l’aumento dei suicidi sottolineano la mancanza di una strategia organica e di finanziamenti adeguati alla salute mentale territoriale.
Le risorse per i dipartimenti di salute mentale sono da anni sotto la soglia raccomandata, l’assistenza domiciliare è a macchia di leopardo, i servizi specifici per la terza età quasi inesistenti. Invece di potenziare quei servizi che la letteratura indica come protettivi – medici di base accessibili, centri di aggregazione, reti di prossimità, psicologia di comunità – si continua a intervenire a valle, quando la crisi è già esplosa.
Se si tiene insieme tutto, il quadro è chiaro: viviamo in un paese e in un mondo in cui gli anziani sono sempre di più, ma il sistema sanitario e sociale non è stato pensato per reggere questo cambiamento. I dati dicono che gli over 65 rappresentano in Italia circa un terzo delle vittime di suicidio, che nel mondo gli over 70 sono responsabili di circa un suicidio su sei e che i tassi più alti si concentrano nelle età più avanzate, soprattutto tra gli uomini.
La narrativa pubblica continua a parlare di “emergenza giovanile” e a chiamare “tristezza” quello che, nei fatti, è il prodotto combinato di malattie non curate, povertà, isolamento e politiche che lasciano soli proprio quelli che avrebbero più bisogno di essere visti.


