domenica, Dicembre 7, 2025

Un europeo su dieci resta povero anche lavorando

Nel 2024 nell’Unione europea 93,3 milioni di persone erano a rischio di povertà o esclusione sociale. Significa che più di un abitante su cinque, il 21 per cento della popolazione, vive in famiglie che non arrivano alla fine del mese, che rinunciano a spese essenziali, che sommano lavori precari e periodi di disoccupazione. Eurostat chiama questo indicatore AROPE, “at risk of poverty or social exclusion”: dietro la sigla c’è una combinazione di redditi troppo bassi, deprivazione materiale grave e lavoro quasi assente dentro il nucleo familiare.

Il dato europeo, di per sé alto, nasconde fratture profonde tra i Paesi. In testa alla classifica ci sono Bulgaria, con oltre il 30 per cento della popolazione a rischio, Romania poco sotto il 28 per cento, Grecia intorno al 27. Nei Paesi con sistemi di welfare più robusti e mercati del lavoro meno segmentati le percentuali scendono sotto il 16 per cento, come nei Paesi Bassi, in Slovenia o in Cechia. La fotografia dell’Unione nel 2024 è quella di un’economia che ha ripreso a camminare dopo la pandemia e l’impennata dei prezzi, ma che continua a scaricare su una quota stabile della popolazione il costo delle crisi.

Per capire cosa significa essere “a rischio di povertà o esclusione sociale” non basta guardare al reddito. Eurostat somma tre condizioni diverse: avere un reddito equivalente inferiore al 60 per cento del reddito mediano nazionale, non potersi permettere almeno sette su tredici voci considerate fondamentali per una vita dignitosa – dal riscaldamento adeguato alla possibilità di affrontare una spesa imprevista, fino a un pasto proteico regolare o un accesso minimo alla socialità – e vivere in famiglie dove gli adulti hanno lavorato meno del 20 per cento del loro potenziale di lavoro nell’ultimo anno. Chi rientra in almeno una di queste categorie entra nell’area del rischio; milioni di persone ne cumulano due o tre.

Dentro i 93,3 milioni di persone in AROPE c’è un nocciolo durissimo che vive contemporaneamente redditi bassissimi, deprivazione grave e lavoro quasi inesistente. Si tratta di poco più di cinque milioni e mezzo di persone nell’intera Unione, famiglie in cui nessuno lavora stabilmente, non ci sono risparmi, le bollette arretrate si sommano agli affitti non pagati e la prospettiva di migliorare la propria condizione non esiste. Intorno a questo nucleo si allarga una fascia più ampia di persone che alternano periodi di lavoro e disoccupazione, lavori a bassa retribuzione e sostegni insufficienti: una precarietà che non è emergenza ma condizione ordinaria.

Il profilo sociale di chi vive in questa area grigia è tutt’altro che casuale. Le donne risultano più esposte degli uomini: il tasso di rischio per loro supera il 21 per cento, contro il 20 per cento per la popolazione maschile. Il divario riflette salari medi più bassi, una maggiore concentrazione femminile nei lavori a tempo parziale e nei settori peggio pagati, ma anche il peso del lavoro di cura non retribuito che spinge molte donne fuori dal mercato del lavoro o in posizioni intermittenti.

L’età è un altro spartiacque netto. I giovani adulti tra i 18 e i 24 anni sono la fascia più colpita, con un rischio che supera il 26 per cento: sono gli anni in cui si attraversano stage non pagati, contratti a termine, false partite Iva, alternando occupazione e periodi di inattività. Anche i minori hanno un’esposizione elevata, intorno al 24 per cento, segno che la povertà familiare colpisce in modo particolare chi non ha strumenti per reagire. Gli adulti tra i 25 e i 49 anni hanno un rischio leggermente inferiore, poco sotto il 20 per cento, mentre le persone sopra i 65 anni restano comunque su un livello vicino al 19 per cento: non esiste una vera “età della sicurezza”.

Sul rischio pesa moltissimo il livello di istruzione. Tra gli adulti con un titolo basso, fino alla licenza media, più di un terzo è a rischio di povertà o esclusione sociale. Tra chi ha un titolo universitario il tasso crolla a circa un decimo. Non si tratta solo di un premio astratto all’istruzione, ma del riflesso di un mercato del lavoro che continua a concentrare i lavori peggiori, più faticosi e meno pagati tra chi ha meno strumenti formali. In mezzo, chi ha un diploma di scuola superiore si colloca attorno al 19 per cento: anche qui quasi una persona su cinque vive sul bordo della povertà.

Il fattore decisivo resta comunque lo status lavorativo. Più di due terzi delle persone disoccupate sono a rischio di povertà o esclusione: due su tre. Tra gli inattivi che non sono in pensione – chi non lavora per motivi di salute, di cura, di scoraggiamento – la quota supera il 40 per cento. Le persone in pensione restano attorno al 18 per cento, a testimoniare che un sistema previdenziale incompleto o contributi troppo bassi possono trasformare la vecchiaia in una condizione di vulnerabilità. Anche chi lavora non è al riparo: tra gli occupati il tasso di rischio sfiora l’11 per cento. In altre parole, esiste una quota strutturale di lavoratori poveri che pur avendo un impiego non riescono a garantire alla propria famiglia condizioni dignitose.

La presenza di figli in famiglia aumenta leggermente il rischio. Nel 2024 più del 21 per cento di chi vive in nuclei con figli a carico era a rischio di povertà o esclusione sociale, contro poco più del 20 per cento di chi vive in famiglie senza figli. In alcuni Paesi dello spazio europeo questa differenza esplode: in Bulgaria, Romania e Spagna quasi un terzo delle persone che vivono in famiglie con figli è in condizione di rischio. A pesare sono il costo dell’abitare, i servizi educativi carenti, la mancanza di sostegni strutturali alle famiglie numerose o monogenitoriali.

In questo quadro, l’Italia rappresenta un’anomalia negativa. Mentre nel complesso dell’Unione il tasso di rischio scende leggermente rispetto al 2023, nel nostro Paese il numero di persone a rischio cresce. Nel 2023 le persone in AROPE erano circa 13,4 milioni, pari al 22,8 per cento della popolazione; nel 2024 diventano 13,5 milioni, con un aumento di 133 mila unità. Non è solo un effetto statistico: significa che mentre altri Paesi riescono almeno a contenere la quota di popolazione in affanno, l’Italia aggiunge nuovi segmenti di popolazione fragile, spesso concentrati tra minori, giovani adulti e lavoratori precari.

Particolarmente preoccupante è la situazione dei bambini e delle bambine. Le stime dedicate ai minori mostrano che nel 2024 in Italia oltre il 27 per cento dei bambini vive in famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale, con valori ancora più alti per i più piccoli, sotto i sei anni. È l’età in cui la qualità dell’alimentazione, della casa, dei servizi educativi incide in modo determinante sullo sviluppo. Sacrificare qui significa scavare un solco che difficilmente verrà colmato in seguito.

Eurostat ricorda che l’Unione si è data un obiettivo preciso: ridurre di almeno 15 milioni entro il 2030 il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale. L’andamento attuale indica che la strada è lenta e che i miglioramenti non sono equamente distribuiti. I Paesi con welfare più forti e mercati del lavoro meno frantumati avanzano, mentre altri restano fermi o arretrano. L’Italia si colloca per ora nel secondo gruppo, con un sistema di protezione sociale che continua a lasciare scoperte grandi aree del Paese e intere categorie: donne con carichi di cura, lavoratori intermittenti, disoccupati di lungo periodo, famiglie con molti figli, persone che vivono in regioni dove i servizi sono più deboli.

Guardare questi numeri solo come una fotografia economica è riduttivo. Il rischio di povertà o esclusione sociale è il modo in cui l’Unione misura una serie di privazioni materiali e sociali che hanno una ricaduta diretta sulla vita quotidiana: la possibilità di riscaldare la casa, di pagare l’affitto, di garantire cibo adeguato, di mandare i figli a scuola con tutto il necessario, di non rinunciare alle cure. È in questo intreccio che la povertà diventa esclusione, cioè taglio dei legami, isolamento, perdita di diritti.

La scelta politica è se continuare a considerare questi 93 milioni di europei come “effetti collaterali” delle trasformazioni economiche, o se riconoscerli per quello che sono: persone su cui si regge una parte significativa della ricchezza prodotta, spesso con lavori sottopagati e privi di tutele, e che in cambio ricevono incertezza e insicurezza. In Italia, dove il rischio cresce invece di diminuire, la domanda è ancora più netta: chi deve pagare il prezzo delle crisi, e fino a che punto è accettabile che a farlo siano sempre gli stessi.

Leggi anche

Ultime notizie