Uganda, la stregoneria entra in campagna elettorale

In Uganda, dove la campagna elettorale per le presidenziali del 2026 è ormai alle porte, i candidati non si sfidano soltanto con slogan, comizi e volantini. Alcuni preferiscono rivolgersi a poteri meno convenzionali, ma molto più antichi: quelli degli spiriti.

Nel distretto orientale del Paese, Rosie Mukite — che non ha problemi a definirsi una strega — racconta un boom di visite da parte di aspiranti politici. Non cercano consigli su programmi o strategie di comunicazione, ma pozioni, rituali e protezioni spirituali contro la sfortuna… e contro gli avversari.

“Quando qualcuno mi chiede se vincerà, gli do delle medicine perché possa farcela. E perché l’altro fallisca”, dice Rosie senza mezzi termini. “Ora vengono in tanti: è tempo di elezioni”.

Lo stregone come spin doctor
In un contesto in cui l’incertezza elettorale è totale e i metodi tradizionali (sondaggi, endorsement, dibattiti) sono poco affidabili, molti candidati preferiscono giocare sul piano invisibile. Un piano in cui lo stregone sostituisce il consulente di immagine.

A Kampala, la capitale, non è raro imbattersi in cartelli pubblicitari che promettono di recuperare amori perduti, ritrovare oggetti rubati o — novità del momento — ottenere la vittoria alle urne. C’è chi assicura di poter far dimenticare a un elettore il proprio candidato preferito, o di neutralizzare con un amuleto una conferenza stampa dell’avversario.

Magia e segretezza: un patto silenzioso
Come spiega il ricercatore Steven Masiga, nessuno lo ammetterà mai apertamente. “Durante la campagna, nessuno sa davvero se vincerà. E allora si cercano vie alternative. Alcuni stabiliscono contatti segreti. Non importa l’ufficio che occupano, sanno come arrivare allo stregone”.

Si tratta di una pratica diffusa e, in fondo, non così diversa da certi rituali occidentali pre-elettorali: c’è chi si affida a focus group, chi porta sempre lo stesso completo portafortuna, chi fa incetta di like e chi… preferisce una radice magica da masticare.

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Non tutti cedono al sortilegio
Non mancano, però, le voci fuori dal coro. Come quella di Peace Khalayi, candidata al Parlamento e cattolica convinta. Per lei, il successo si cerca in altro modo.

“Non credo nella stregoneria per superare gli avversari. Io prego, digiuno, e confido che Dio mi darà una via”.

Una posizione tutt’altro che rara, in un Paese dove cristianesimo e pratiche spirituali ancestrali convivono in un equilibrio spesso sincretico. Alcuni stregoni, infatti, preferiscono definirsi guaritori tradizionali, ma l’associazione con la “magia nera” resta controversa, soprattutto sotto i riflettori della politica.

Elezioni o evocazioni?
Nel Paese guidato da Yoweri Museveni da quasi 40 anni, la battaglia elettorale non è solo una questione di voti, ma anche di legittimità, identità e superstizione. In un sistema in cui le istituzioni spesso non sono percepite come neutrali e la democrazia ha contorni sfumati, cercare protezione nel mondo invisibile non è follia: è, per molti, una logica conseguenza.

La politica, in fondo, è anche paura, speranza, fede. E in Uganda, tutto questo si esprime con un rituale all’alba, una ciotola di erbe, un nome scritto sulla sabbia e affidato al vento.

Post Scriptum per il lettore occidentale
Prima di ridere, giudicare o liquidare tutto come folclore, chiediamoci: quanto di magico, irrazionale o scaramantico c’è anche nella nostra politica?
Davvero le nostre campagne elettorali sono più razionali? O semplicemente, le nostre pozioni hanno nomi diversi: sondaggi truccati, propaganda digitale, influencers…

Perché forse, in Uganda come altrove, la vera magia è convincere milioni di persone a credere che qualcosa possa ancora cambiare.

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