Immaginate Cosenza, Faenza o Savona. Sessantamila abitanti, una media città italiana. E ora immaginate che da gennaio ventisette persone si siano tolte la vita. Ventisette. A primavera. Sarebbe emergenza nazionale, i talk show ci camperebbero per settimane. Ma se succede in carcere, niente. Silenzio. Nessun titolo in prima pagina. L’esempio – potente e terribile – lo fa Valter Vecellio sull’Huffington Post, per denunciare l’indifferenza. Perché da inizio anno, davvero, ventisette detenuti si sono suicidati nelle carceri italiane. E nessuno ne parla.
Nel carcere di Cuneo, in pochi giorni, due uomini si sono impiccati. Uno era in attesa di giudizio per stalking. L’altro, 40 anni, originario di Savigliano, è stato trovato dal compagno di cella. Entrambi si sono uccisi in silenzio, in celle dove il personale è ridotto all’osso e le richieste d’aiuto spesso non fanno in tempo a trasformarsi in soccorso.
“Non possiamo limitarci alla conta delle tragedie”, ha detto il sindacato Osapp. Ma intanto contano eccome: ventisette morti da inizio anno. Una ogni tre giorni. E non siamo ancora a metà aprile.
I numeri fanno paura, ma ancora di più spaventa il contesto. Le carceri italiane sono sovraffollate fino al 70% oltre la capienza. Mancano agenti – il 20% in meno della pianta organica, con punte del 35% in alcune strutture – e il 70% degli edifici penitenziari necessita di ristrutturazioni urgenti.
Ma la vera carenza è di visione politica. Non esiste una linea guida nazionale, un’idea di cosa debba essere il carcere nel 2025. Reclusione o recupero? Detenzione o contenimento? Nessuno risponde. Intanto si muore.
Anche chi non si uccide rischia la pelle. A Regina Coeli, Tiziano Paloni – romano, 40 anni, in attesa di giudizio – ha contratto una forma gravissima di meningite. È finito in coma, attaccato a un respiratore allo Spallanzani. Secondo la famiglia aveva chiesto di andare in infermeria per un fortissimo mal di testa. Non ci è arrivato in tempo.

Solo dopo giorni, grazie all’intervento dell’avvocato, i familiari sono riusciti a sapere dove fosse e in che condizioni versasse. Ora chiedono giustizia. Non solo per lui, ma per tutti. “Essere detenuti – ha detto la sorella – non può significare avere meno diritto alla salute”. Dovrebbe essere ovvio. E invece va ricordato, ogni volta.
Intanto a Torino un agente viene colpito alla testa da un detenuto con un bastone. È il quindicesimo poliziotto ferito in quell’istituto dall’inizio dell’anno. Anche gli agenti se la passano male: non solo per le botte, ma per lo stress, la frustrazione, la solitudine. Giovani, spesso lasciati da soli a gestire intere sezioni. Anche per loro, nessuna politica. Solo tamponi, straordinari e frasi di circostanza.
Nel frattempo, a Secondigliano, un detenuto che aveva deciso di collaborare viene trovato morto in cella, la testa infilata in un sacchetto. Ufficialmente suicidio. Come Frank Pentangeli ne Il Padrino – Parte II, suicidato per non parlare. Forse. Forse no. Di certo, morto. E nessuno fa domande.
A mancare è una vera rete di prevenzione, a partire dalla salute mentale. Le REMS (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), nate per sostituire gli OPG, dovevano essere la svolta. Ma i posti disponibili in Italia sono solo 760, a fronte di oltre 900 misure di sicurezza da eseguire. Il risultato è che molte persone con disturbi psichiatrici restano in carcere, dove non ci sono le cure adeguate. E dove la “custodia” diventa abbandono.
E mentre il sistema implode, il governo risponde con il cemento. Il piano carceri del ministro della Giustizia Carlo Nordio – sostenuto dall’esecutivo Meloni – prevede la costruzione di nuove carceri, la ristrutturazione di alcune strutture esistenti e l’ampliamento di altre. Più posti letto, più mura, più celle.
Per ora, però, i fondi PNRR destinati all’edilizia penitenziaria coprono interventi limitati e spesso in ritardo, mentre nulla si muove su fronti come la salute mentale, il personale, o le misure alternative alla detenzione.
Un piano che cura il contenitore, ma dimentica il contenuto. Che non affronta la radice del problema, ma la isola. E così, mentre si annunciano padiglioni nuovi, continuano a mancare educatori, psicologi, medici, assistenti sociali. E continua a crescere la conta dei morti.
La verità è che il carcere non è più un’emergenza: è una zona grigia dove lo Stato sospende se stesso. Dove i diritti diventano facoltativi, i doveri impossibili e i numeri restano senza volto. Dove tutto può succedere, ma niente davvero accade. Nemmeno uno scandalo.
Alla fine, le celle saranno anche nuove. Ma dentro ci sarà lo stesso odore di abbandono e morte.



