Sudafrica: la giustizia bussa, e i bianchi scappano

Sono giovani, bianchi, afrikaner, e oggi gridano alla discriminazione razziale. Hanno tra i 25 e i 45 anni e dicono che il Sudafrica è diventato invivibile per chi ha la pelle chiara. Troppa ostilità. Troppa riforma agraria. Troppa memoria. Insomma, per loro il Sudafrica è razzista, sì, ma contro i bianchi.

Così, oltre 67.000 di loro avrebbero espresso interesse per il programma lanciato da Donald Trump che consente ai sudafricani bianchi di chiedere asilo politico negli Stati Uniti in quanto “vittime di razzismo”.

Una minoranza che ha governato con il pugno di ferro per decenni ora si presenta come gruppo vulnerabile. Come se l’apartheid fosse stato un malinteso, e non un sistema criminale. Com’era? La storia la prima volta si presenta come dramma e la seconda come farsa. Qui siamo alla terza parte: la sit-com della storia, con la sceneggiatura scritta da chi ha sempre avuto l’ultima parola su tutto. Anche sul dolore altrui.

Mentre si diffondono queste richieste di protezione internazionale per “razzismo inverso”, in Sudafrica accade qualcosa di più importante: il presidente Ramaphosa ha appena ordinato un’inchiesta per stabilire se i governi post-apartheid abbiano bloccato deliberatamente le indagini sui crimini del regime bianco.

Finalmente, dopo oltre vent’anni di richieste da parte delle famiglie delle vittime, si indagherà sull’omertà di Stato che ha impedito l’arresto di agenti di sicurezza implicati in torture, sparizioni e omicidi politici. Una verità rimasta incagliata tra i compromessi della transizione e l’ipocrisia di chi temeva che fare giustizia significasse dividere il Paese. Come se fosse stata l’ingiustizia, e non la sua rimozione, a unire.

“Apartheid: the Tyranny of Racism Made Law” by United Nations Photo is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Sono più di cinquemila i casi irrisolti. Tra questi, quello dei Cradock Four, rapiti, uccisi, bruciati nel 1985. Gli agenti coinvolti non hanno avuto l’amnistia. Ma non hanno mai affrontato nemmeno un processo. I corpi bruciati, le torture, i mandanti e gli esecutori: tutto archiviato in nome della stabilità nazionale.

La Commissione per la Verità e la Riconciliazione non era un colpo di spugna. Era un atto fondato su un principio: la riconciliazione deve passare per la verità. E invece, per troppo tempo, la verità è stata sacrificata per mantenere la pace. Una pace a senso unico, dove il perdono è stato chiesto solo alle vittime e la giustizia è rimasta sospesa, promessa e mai mantenuta.

Anche da chi aveva guidato la lotta alla segregazione. Oggi, Ramaphosa è costretto a riconoscere che i governi dell’ANC hanno, probabilmente, silenziato giustizia e memoria in nome della stabilità. E quando la memoria viene censurata, il passato non passa: si trasforma in rancore e in ferite che continuano a bruciare.

E proprio adesso, mentre le famiglie nere ancora chiedono giustizia per i crimini dell’apartheid, i figli e i nipoti dei carnefici presentano domanda d’asilo. Lo chiamano razzismo. In realtà, è la prima volta che qualcuno tocca ciò che per decenni è stato intoccabile: la proprietà terriera costruita sul furto legale, su titoli scritti con l’inchiostro del dominio.

Ora che si parla di espropri, si grida alla persecuzione. Ma nessuno, tra i richiedenti asilo, è stato arrestato. Nessuno torturato. Nessuno bruciato. Nessuno sparito. Hanno solo perso, in parte, quel vantaggio storico che veniva spacciato per diritto naturale.

La differenza tra la memoria e il privilegio è che la prima pesa, il secondo si rifiuta di sparire. E l’assurdo è che oggi, chi ha perso il dominio si spaccia per vittima della democrazia. Non c’è razzismo rovesciato: c’è solo la verità che torna a presentare il conto, e chi aveva sempre comandato ora si scopre incapace di pagarlo.

“Apartheid: the Tyranny of Racism Made Law” by United Nations Photo is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.