Centoventimila telecamere domestiche hackerate in Corea del Sud, immagini vendute su siti porno stranieri, quattro persone arrestate. La notizia fa impressione per il numero, sembra l’ennesimo scandalo “tech”. In realtà racconta una storia molto più semplice: abbiamo trasformato le nostre case in piccoli studi di sorveglianza low cost e ora scopriamo che non siamo noi a guardare, ma a essere guardati.
Le telecamere violate sono quelle che ormai riempiono anche i nostri salotti: baby monitor connessi a internet, videocamere per controllare il cane, l’anziano, il negozio, l’ingresso del condominio. Ogni dispositivo è un occhio collegato al telefono; basta una password debole, o nemmeno quella, e quell’occhio diventa di chiunque voglia entrarci.
In Corea del Sud gli investigatori spiegano che gli hacker non hanno dovuto fare miracoli: password in sequenza, credenziali di fabbrica mai cambiate, prodotti importati dall’estero che non rispettano gli standard di sicurezza locali. La porta era aperta, si trattava solo di spingerla.
Questa volta la cifra fa rumore, ma non è un fulmine a ciel sereno. La Corea del Sud combatte da più di dieci anni con le “spycam” nei bagni pubblici, nelle stazioni della metro, nelle stanze dei motel. Decine di migliaia di casi, quasi sempre donne riprese di nascosto e finite in video sessuali diffusi online.
È da lì che è nato lo slogan “My life is not your porn”, le grandi manifestazioni femministe di Seul, il grido di chi spiegava che non si trattava di qualche “maniaco”, ma di un sistema che trasformava il corpo femminile in materia prima gratuita per l’industria del porno. Oggi quel sistema fa solo un salto di qualità: non serve più nascondere una microcamera, basta entrare in quelle che abbiamo installato noi.
C’è un pezzo di responsabilità che il racconto ufficiale prova a scaricare sulle vittime. “Gli utenti non cambiano la password”, “la gente non è attenta”: è sempre la stessa storia. Se vivi in una casa popolare con la porta marcia, la colpa non è tua perché non hai messo il chiavistello.
Se compri una telecamera che non ti obbliga a cambiare le credenziali, che non cifra il segnale, che espone in chiaro un’interfaccia a cui chiunque può accedere, il problema non è la tua pigrizia. È un’industria che risparmia sulla sicurezza perché il prodotto deve costare poco e vendersi tanto. E sono governi che lo permettono.
Lo schema è globale. Negli Stati Uniti un’azienda come Verkada è finita sotto la lente perché un hacker era riuscito a entrare in quasi centocinquantamila telecamere in ospedali, carceri, scuole, uffici. In Cina sono stati scoperti canali social che vendevano pacchetti di video rubati da telecamere domestiche e di hotel.

In Israele, gruppi legati all’Iran hanno cercato di usare le telecamere private per osservare in diretta gli effetti degli attacchi e regolare meglio i missili. È la stessa infrastruttura, usata a volte per il porno, a volte per la guerra, sempre sulla pelle di chi aveva comprato un gadget per sentirsi più sicuro.
Dentro ci sono due linee di frattura nette. La prima è di genere: le vittime sono soprattutto donne e ragazze; i profitti finiscono in tasca a uomini che vendono video, gestiscono piattaforme, collezionano immagini non consensuali. Le telecamere in casa spesso le vogliono le donne, per controllare i figli, i genitori anziani, la badante.
Ma chi decide di trasformare quelle immagini in merce è quasi sempre dall’altra parte dello schermo, maschio, protetto dall’anonimato. La seconda frattura è di classe. L’ecosistema “sicuro”, con standard severi e controlli, ha un prezzo che pochi possono permettersi. Il resto del mercato è fatto di dispositivi low cost, ordinati online, senza garanzie, senza aggiornamenti, senza responsabilità. I poveri comprano un’illusione di protezione e regalano senza saperlo la propria intimità.
E da noi? Le stesse telecamere IP sono ovunque: negozi di elettronica, ipermercati, saldi online. Il discorso pubblico è identico: “controlla i tuoi cari dal telefono”, “difendi la tua casa”, “sorveglia il tuo business”. Non c’è quasi mai una domanda su come sono progettati questi oggetti, su quali standard devono rispettare, su chi risponde se domani finiscono su un sito all’estero le immagini del tuo soggiorno.
Quando qualcosa va storto, il consiglio è sempre lo stesso: cambiate password, aggiornate il firmware, leggete meglio il manuale. La responsabilità si ferma alla porta di casa; da lì in avanti, il mercato si autoassolve.
La verità è che la violenza non sta solo nel gesto dell’hacker che entra in una telecamera, ma nell’idea di casa che abbiamo accettato. L’abitazione come luogo di sorveglianza continua, dove ci si sente al sicuro solo se si è circondati da sensori, microfoni, lenti.
È un modello che parla di paura, di sfiducia, di solitudine: non mi fido del vicino, non mi fido del lavoratore, non mi fido del mondo fuori, mi affido a un occhio elettronico. Quell’occhio, però, è collegato a reti, server, aziende che vivono di dati. La promessa è “vedi tutto”; il risultato è che, a vedere tutto, alla fine sono gli altri.
Centoventimila telecamere bucate in Corea non sono una curiosità esotica. Sono uno specchio. Ci mostrano che la sicurezza venduta a rate, in versione smart, può trasformarsi in un’altra forma di spoliazione: non ti rubano solo le cose, ti rubano il corpo, i gesti, le abitudini, la vita quotidiana. Se continuiamo a trattare queste notizie come semplici storie di hacker cattivi e utenti distratti, la scena si ripeterà ovunque. Cambierà solo lo sfondo: Seoul, Milano, Parigi. La camera sarà sempre la stessa.


