Stato di emergenza in Perù, scontri con morti e feriti

Lima va verso lo stato d’emergenza dopo l’ennesima notte di gas lacrimogeni, barriere abbattute e un morto — Eduardo Mauricio Ruiz, 32 anni — nelle proteste contro il nuovo presidente José Jerí, in carica da pochi giorni.

In strada si mescolano Gen Z, lavoratori dei trasporti e comitati civici: “Que se vayan todos”, mentre il governo promette mano dura e riforma della polizia. La scintilla è l’insicurezza, il combustibile è tutto politico: un decennio di presidenti a rotazione, Congresso impopolare e ferite ancora aperte per le uccisioni di manifestanti nelle ondate precedenti.

Il Paese arriva qui dopo anni in cui povertà e violenza si inseguono. Nel 2024 la povertà monetaria riguarda circa il 28% della popolazione, con una quota di povertà estrema che sfiora il 5–6%.

Nelle campagne la situazione precipita e, in molte aree andine, una famiglia su due convive con privazioni multiple: acqua sicura, elettricità, banda minima. In questo vuoto crescono estorsioni e sicariato, con omicidi e denunce in aumento. L’insicurezza è reale; l’idea che bastino più pattuglie e più carcere a risolverla, no.

Tra il 2022 e il 2023 la repressione delle piazze ha lasciato decine di morti e una frattura di fiducia che oggi si riapre. Jerí, 38 anni, chiede deleghe straordinarie su “sicurezza pubblica” e annuncia una riforma di polizia e carceri.

Ma la domanda è semplice: l’emergenza serve a fermare il crimine o a governare la rabbia? Senza salari stabili, scuola e sanità funzionanti, alloggi sicuri e mediazione sociale, l’ordine è una promessa a orologeria. La fotografia è chiara: quando la povertà diventa struttura, l’emergenza diventa metodo. E ogni lacrimogeno, alla lunga, è solo altra benzina.