Nepal, la rabbia dei giovani contro un Paese immobile

Oggi, 9 settembre, il governo nepalese ha revocato il bando che aveva oscurato ventisei piattaforme social, da Facebook a YouTube. Una decisione arrivata dopo giorni di scontri in strada che hanno lasciato almeno diciannove morti e centinaia di feriti. Quello che doveva essere un provvedimento contro la disinformazione si è trasformato nel detonatore di una protesta generazionale che ha travolto il Paese.

Nella capitale è stato imposto un coprifuoco a tempo indeterminato. Attorno alla Ring Road, che abbraccia Kathmandu e i vicini distretti di Lalitpur e Bhaktapur, i raduni sono vietati e i posti di blocco presidiano le strade. Nonostante questo, cortei spontanei hanno assediato il parlamento, mentre sedi di partito e case di leader politici sono state incendiate.

La protesta non nasce dal nulla. L’estrema povertà, che negli anni Novanta colpiva oltre metà della popolazione, è quasi scomparsa. Ma circa un quinto dei nepalesi vive ancora sotto la soglia nazionale di povertà, e le disuguaglianze si sono approfondite. I redditi dei più ricchi sono decuplicati, mentre per i più poveri i miglioramenti restano minimi.

“Nepal protesters 4” by owenski is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Il lavoro è la ferita più dolorosa. La disoccupazione generale si aggira intorno al 12%, ma per i giovani tra i 15 e i 24 anni supera il 20%, il doppio della media mondiale. Ogni anno oltre mezzo milione di ragazzi entra nel mercato del lavoro, e molti non trovano alternative all’emigrazione. Le rimesse dall’estero valgono circa un quarto del PIL e sostengono tre famiglie su quattro, ma costano anche migliaia di vite spezzate nei cantieri e nelle fabbriche dei Paesi del Golfo.

È questa la Generazione Z nepalese: nata dopo la guerra civile e la caduta della monarchia, cresciuta con internet, convinta di poter pretendere un futuro diverso. Al bando dei social ha risposto con rabbia, perché in quel gesto ha visto l’ennesima prova di un potere che preferisce silenziare piuttosto che ascoltare.

Il governo ha provato a contenere la frattura con promesse: cure gratuite per i feriti, indennizzi per le famiglie delle vittime, un comitato d’inchiesta. Si sono dimessi ministri, compreso quello dell’Interno. Ma l’immagine che resta è quella di una capitale militarizzata, di giovani che rifiutano di emigrare per sopravvivere e che trasformano ogni rete sociale in una piazza politica.

Il Nepal di oggi non racconta una crisi lontana ed esotica, ma una storia che riguarda molti Paesi: quando i governi leggono la protesta dei giovani solo come disordine, la risposta diventa sempre repressione. E allora la ribellione prende la forma di corpi in strada, di slogan gridati a viso aperto, di ragazzi armati non di fucili ma di telefoni, che fanno della connessione la loro vera arma politica.

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