Con la caduta del regime di Bashar al-Assad, in seguito all’offensiva lampo dei ribelli dello scorso dicembre, le porte delle prigioni siriane si sono spalancate letteralmente e metaforicamente. Le telecamere sono entrate dove per anni nessuno poteva guardare. I giornalisti hanno raccolto immagini, grida, e corpi. I siriani si sono riversati davanti ai cancelli delle carceri in cerca di un nome, un volto, una traccia dei propri cari.
Ma c’è chi da fuori Siria osserva in silenzio, con la speranza aggrappata al filo sottile della memoria: migliaia di famiglie libanesi, che da decenni aspettano di sapere cosa sia successo ai propri figli, padri, fratelli, scomparsi durante la lunga occupazione siriana del Libano.
Il crollo del regime ha riaperto una ferita che non si è mai rimarginata: quella delle sparizioni forzate, una delle più sistematiche e meno affrontate tragedie dei regimi arabi del dopoguerra. E ora, dopo anni di silenzi e false piste, la domanda è diventata urgente: ora che Assad non c’è più, sarà possibile sapere la verità?
Il crimine del silenzio
Per decenni, la Siria ha trasformato la sparizione in una prassi di governo. Chiunque poteva scomparire: un attivista, un oppositore, un impiegato, uno studente, persino un camionista con una lattina piena di dollari nel bagagliaio, come il padre di Abir Abou Zeki, arrestato nel 1987 e mai più tornato.
Durante l’occupazione siriana del Libano (1976–2005), centinaia, forse migliaia di cittadini libanesi furono arrestati, rapiti, trasferiti illegalmente oltre confine, rinchiusi nelle prigioni siriane — spesso in strutture clandestine o mimetizzate, come il famigerato hotel Beau Rivage di Beirut, usato come centro di detenzione e tortura.
Secondo le stime più caute, almeno 700 cittadini libanesi sarebbero ancora detenuti in Siria, ma per alcune organizzazioni i numeri reali sono molto più alti. La maggior parte di loro è semplicemente… sparita. E con loro, intere famiglie hanno vissuto per decenni in una condizione sospesa, fatta di attese infinite, visite improvvisate alle carceri, tangenti pagate in cambio di una voce, una mezza conferma, un biglietto con scritto: “è vivo”.
Hoda al-Ali ha cercato suo figlio per 34 anni. È morta senza avere risposte. Suheil Hamawi ha fatto ritorno dopo 33 anni di detenzione, senza sapere cosa lo aspettasse al di là del cancello. Altri non sono mai tornati.

Una memoria lunga, troppo lunga
Questa non è una tragedia privata. È una strategia politica. Le sparizioni forzate sono diventate negli anni un marchio distintivo del regime degli Assad, padre e figlio, in Siria come fuori. Una forma di repressione sottile e devastante: chi sparisce non può testimoniare, chi resta non può fare lutto. È un dolore senza corpo, senza tomba, senza verità.
Per le famiglie libanesi, la scomparsa non è mai diventata passato. Non ci sono date da segnare sul calendario. Nessun anniversario da commemorare. Solo assenza.
In molti casi, i familiari hanno continuato a scrivere lettere, a cercare testimoni, a interpellare ambasciate, autorità, agenzie internazionali. Con risultati pressoché nulli. Le autorità libanesi, per lungo tempo, hanno ignorato la questione, schiacciate da sudditanza politica, paura o semplice inerzia. In fondo, per decenni la Siria era la potenza dominante nella regione: difficile, se non impossibile, alzare la voce contro chi controllava le armi e il potere.
Giustizia o oblio?
Ora, con il vuoto lasciato dal regime, le famiglie chiedono giustizia. Ma la giustizia, in Medio Oriente, è un concetto fragile. Un nuovo governo siriano ha annunciato la creazione di una commissione per indagare sul destino dei prigionieri politici e dei desaparecidos. Ma le famiglie sanno che la verità non viene mai regalata: va cercata, costretta, documentata. Amnesty International e Human Rights Watch hanno già pubblicato decine di rapporti che dimostrano come le sparizioni non siano state eccezioni, ma parte integrante dell’apparato repressivo.
Eppure, nulla si muove senza una volontà politica chiara. Servirebbe una pressione internazionale, servirebbero organismi indipendenti, accesso alle carceri, apertura degli archivi. Servirebbe, insomma, una transizione vera. Ma per ora, ci sono solo aperture vaghe, promesse in conferenza stampa, e la consueta nebbia.
In Libano, una commissione nazionale sulle persone scomparse esiste dal 2018, ma i suoi margini operativi sono ristretti. Le famiglie chiedono di poter viaggiare, accedere ai registri carcerari, identificare resti, reclamare verità. Chiedono — banalmente — di sapere se i propri cari sono vivi o morti.
Dopo il regime, cosa resta
Il crollo di un regime non cancella i crimini commessi. Anzi, li rende visibili. Le fotografie delle celle, le incisioni sui muri, i volti che emergono dai video dei prigionieri liberati sono una testimonianza più potente di qualsiasi proclama.
Ora che la macchina del terrore si è inceppata, la memoria può affacciarsi. Ma c’è bisogno di volontà collettiva per trasformare questa occasione in qualcosa di più di una fiammata. I figli degli scomparsi non vogliono più vivere nell’attesa. Le madri che hanno cercato invano una risposta per decenni, come Hoda al-Ali, meritano che la loro ostinazione sia raccolta da uno Stato, da un popolo, da un tribunale.
Sapere. È questo il primo passo. Solo poi, forse, potrà arrivare giustizia.



