Somalia: siccità a Nord, tremila in fuga verso Afmadow

La siccità che sta colpendo il sud della Somalia ha riaperto una ferita che nel Paese non si è mai davvero chiusa: lo sfollamento interno. Nelle ultime settimane Afmadow, nel Lower Jubaland, ha visto arrivare nuove famiglie costrette ad abbandonare i villaggi d’origine perché l’acqua non basta più, i pascoli si sono impoveriti e i mezzi di sussistenza si sono ridotti al minimo.

In poco tempo sono state registrate 476 famiglie, quasi 2.900 persone, un numero che pesa su un distretto già fragile e con servizi essenziali limitati.

Molti degli arrivi provengono dall’area di Xagar e da alcune località circostanti. La dinamica è quella, ormai ricorrente, delle crisi climatiche: si resiste finché si può, poi la combinazione tra scarsità d’acqua, perdita di reddito e insicurezza alimentare costringe a scegliere la strada.

Una strada che, però, non porta automaticamente in un luogo sicuro. Gli sfollati vengono accolti in campi e insediamenti già sovraccarichi, dove il problema non è solo “avere un tetto”, ma evitare che l’emergenza diventi una trappola di lungo periodo.

A rendere più critica la situazione è la composizione stessa dei nuclei in arrivo: la quota maggiore è fatta di bambini e bambine, seguiti da donne e uomini. Questo significa che la crisi, oltre a essere materiale, è anche una crisi di protezione.

In contesti del genere aumentano i rischi di separazioni familiari, abbandono, sfruttamento, violenze. E quando una famiglia perde stabilità, a pagare per primi sono i minori: scuola interrotta, prospettive ridotte, esposizione più alta a lavoro minorile e, per le ragazze, al rischio di matrimoni precoci o forzati.

Anche per donne e adolescenti lo sfollamento non è neutro. Nei campi la mancanza di privacy, l’illuminazione insufficiente e servizi igienici inadeguati amplificano l’esposizione a molestie, violenze e abusi, soprattutto per chi è già più vulnerabile: famiglie a guida femminile, madri in allattamento, persone con disabilità o anziani.

La pressione sulle risorse, inoltre, alimenta conflitti silenziosi con chi già vive negli insediamenti e con le comunità ospitanti: non sempre l’accesso agli aiuti è lineare, e chi ha meno voce rischia di restare indietro.

La risposta umanitaria, in questi casi, non può limitarsi a una distribuzione episodica. Servono ripari adeguati per ridurre sovraffollamento e rischi sanitari, acqua potabile e interventi WASH per prevenire malattie, assistenza alimentare per evitare un peggioramento rapido della malnutrizione, e un accesso reale ai servizi sanitari di base, con attenzione particolare a madri e bambini.

Ma serve anche una prospettiva che vada oltre l’urgenza: sostegni ai mezzi di sussistenza, forme di assistenza economica mirata, e soprattutto soluzioni che riducano l’insicurezza abitativa, perché senza un minimo di stabilità la fuga tende a ripetersi.

Afmadow oggi è un punto di arrivo. Se non si interviene con rapidità e con una strategia coerente, rischia di diventare l’ennesimo luogo in cui una crisi climatica si trasforma in marginalità permanente.

“Aerial views of Kismayo 10” by AMISOM Public Information is marked with CC0 1.0.