Petrolio, armi, appalti: l’Italia fa affari in Asia Centrale

Emarginata e sostanzialmente esclusa dal grande gioco delle potenze tra Russia, Cina, Stati Uniti e Turchia, l’Italia sembra cercare spazio in un teatro marginale ma strategico: l’Asia Centrale. Una regione che, fino a pochi anni fa, appariva lontana dai radar della diplomazia italiana e che oggi, invece, è al centro dell’attivazione di un processo diplomatico ed economico senza precedenti.

La missione annunciata della presidente del Consiglio Giorgia Meloni — attesa in Kazakistan e Uzbekistan alla fine di maggio per un vertice “Italia + 5” — è solo l’ultimo tassello di un impegno crescente. A partire dal 2019, con la prima formula diplomatica “1+5” promossa da Roma, passando per i recenti forum con Tajikistan, Kazakhstan e Uzbekistan, fino all’ultima riunione ministeriale guidata da Antonio Tajani il 29 maggio scorso, l’Italia ha strutturato un canale di dialogo costante con tutti e cinque i Paesi centroasiatici.

Ma cosa cerca davvero Roma in questa regione? E quanto è credibile il tentativo italiano di ritagliarsi un ruolo geopolitico in un’area dominata da ingombranti attori globali?

Energia, difesa, infrastrutture: le tre gambe italiane
Il Kazakistan resta il partner economico di riferimento: quasi 20 miliardi di dollari di interscambio nel 2024, in larga parte dovuti all’importazione di petrolio. L’Eni è attiva nei giacimenti di Karachaganak e Kashagan, mentre Leonardo (ex Finmeccanica) esporta tecnologie militari anche in Turkmenistan, che nel solo 2021 ha ricevuto dall’Italia il 35% delle proprie importazioni di armamenti.

A questo asse energetico-militare si aggiunge la presenza dell’italiana Webuild nella realizzazione della diga di Rogun in Tagikistan, e l’interesse per la cosiddetta “Middle Corridor”, la via commerciale alternativa a quella russa che attraversa il Mar Caspio e collega l’Europa all’Asia.

In parallelo, si moltiplicano gli accordi per favorire l’interscambio culturale e formativo, come la proposta di aumentare le borse di studio per studenti tagiki e l’avvio di voli diretti. Si tratta di mosse che mirano a dare profondità relazionale a rapporti che altrimenti rischiano di restare puramente funzionali.

L’ambizione di una postura autonoma
Sul piano geopolitico, la strategia italiana va letta come il tentativo di accreditarsi come interlocutore autonomo, sia rispetto all’Unione Europea — i cui dossier sull’Asia Centrale restano poco incisivi — sia rispetto agli altri “grandi” presenti nella regione. Roma cerca una nicchia: offrire tecnologia, cooperazione industriale, formazione e un approccio meno condizionato da logiche di potenza o imposizioni normative.

È un approccio che punta sulla flessibilità, sulla storica assenza coloniale italiana e su una certa affidabilità percepita. Ma questa ambizione rischia di urtare presto contro i limiti strutturali della proiezione italiana: la scarsità di risorse diplomatiche, il basso profilo strategico globale e il fatto che — fuori dal Kazakistan — gli scambi economici restano marginali.

Il rischio della “geopolitica dell’illusione”
L’Italia non ha mai avuto una politica estera imperiale, ma spesso ne ha mimato la retorica. L’Asia Centrale rischia di diventare un nuovo palcoscenico per questa “geopolitica dell’illusione”: un attivismo che appare propositivo, ma che rischia di mancare di peso reale.

Mentre Cina e Russia mantengono radicamenti profondi e la Turchia consolida i legami culturali e religiosi, l’Italia si presenta come partner alternativo, ma privo di garanzie strategiche. I Paesi centroasiatici apprezzano questo tipo di relazione pragmatica e bilanciata, ma difficilmente vi investiranno capitale politico significativo. Al contrario, useranno il dialogo con Roma come leva per equilibrare le pressioni di Mosca, Pechino e Washington.

In questo senso, il grande attivismo italiano in Asia Centrale somiglia più a una diplomazia di compensazione che a una vera strategia. Serve a colmare spazi lasciati vuoti altrove, a costruire il racconto di un’Italia capace di contare. Ma un racconto, per diventare politica estera, ha bisogno di coerenza, continuità e — soprattutto — visione. E oggi questa visione sembra ancora tutta da costruire.

“Giorgia Meloni video message to the 2022 NIAF Gala” by Presidenza del Consiglio dei Ministri, Palazzo Chigi is licensed under CC BY 3.0.