Anno 2025. Ci sono parole che urtano la sensibilità di tante persone, se pronunciate o digitate. Parole che provocano reazioni scomposte, che possono causare guerre combattute a suon di tocchi frenetici su tastiere virtuali. Digitare furiosamente per avere ragione, per andare-contro,
per un complesso d’accerchiamento come quello che affligge oggigiorno il maschio bianco eterosessuale. In Italia, alcune di queste parole sono “femminicidio”, “patriarcato”, “mascolinità tossica”, “cultura dello stupro”.
Esiste poi un intero gruppo sociale – le donne – che su quegli stessi schermi luminosi vede schernito, se non addirittura negato, il sistema di diseguaglianze di varia natura che le condiziona nella vita di tutti i giorni. A farlo, tipicamente, sono uomini che definiremmo “comuni”, come quelli che in massa si sono riversati sui social di Silvia Cavanna, giovane
candidata PD alle comunali di Genova, che nei giorni scorsi è stata presa di mira, con insulti sessisti e misogini, motivati dal semplice fatto d’esser donna esposta politicamente. “Torna in cucina”; “pensa a scopare di più”; “sei più bella che intelligente”, e molto altro.
Per parlare efficacemente di femminicidio serve partire da qui.
La punta dell’iceberg
Il femminicidio è solo il culmine di una serie di comportamenti antisociali che iniziano molto prima. L’ONU lo definisce come “l’uccisione intenzionale di una donna con una motivazione legata al genere”, quali “ruoli di genere stereotipati, discriminazione nei confronti di donne e
ragazze, relazioni di potere ineguali tra donne e uomini o norme sociali dannose”. L’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere (EIGE) aggiunge che tra le sue forme ci sono l’uccisione da parte di un partner (o ex) e le uccisioni “per onore” (delitto ammesso, in Italia, fino al 1981, come pure il matrimonio riparatore). Il femminicidio è parte della stessa cultura che rende possibile la mortificazione di una donna in quanto tale, passando per atteggiamenti sessisti, battute a sfondo sessuale, catcalling, stalking, manipolazione e controllo emotivo, ricatto economico, revenge porn, vittimizzazione secondaria, minacce, sabotaggio della contraccezione, molestie e stupri. Un modello che consente di cogliere l’ampiezza del
problema è la cosiddetta “piramide della violenza di genere”, usata in numerose attività di sensibilizzazione.

Emergenza o no?
I dati del Servizio Analisi Criminale contano, per il 2024, 113 donne vittime di omicidio, di cui 99 in ambito familiare o affettivo. Per il 2023, l’ISTAT aveva registrato 96 femminicidi. Chi crede siano pochi, e si aspetta numeri da pandemia, è fuori strada. Sia perché dovrebbe chiedersi quale sia il giusto numero, allora, per parlare d’emergenza; sia perché, allargando il campo, il femminicidio si staglia su un più ampio panorama di atti violenti contro le donne – e dentro a tale quadro va considerato. Se per l’ISTAT 1 donna su 3 tra i 16 e i 70 anni (quindi quasi 7 milioni) ha subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale, e se per la Treccani un’emergenza è “una particolare condizione di cose o momento critico che richiede un intervento immediato”, forse ci sarà concesso di dire che siamo un paese in emergenza socioculturale, visto che mentre diminuiscono gli omicidi volontari a danno degli uomini, quelli perpetrati ai danni delle donne rimangono stabili dal 1992. E quando muore qualcuno per mano di un ex, la vittima è quasi sempre una donna: 91% dei casi nel 2023, 86% nel 2024, stando ai numeri del Viminale.

Se da una parte fa piacere constatare il calo di femminicidi per il trimestre gennaio-marzo 2025 a confronto con quello del 2024 (-35%), dall’altra fa meno piacere rilevare che la maggior parte delle donne continua a morire in ambito affettivo/familiare (23 su 26 nel I trimestre 2024, 14 su 17 per il 2025). E soprattutto: da rilevazioni del Dipartimento Pari Opportunità, le chiamate delle donne al numero d’emergenza 1522 tra dicembre 2024 e febbraio 2025 sono state 13.347
su oltre 20mila totali, con oltre 5000 richieste di informazioni sul servizio, 2000 sui Centri Antiviolenza, e più di 3000 richieste d’aiuto da parte di vittime di violenza.

I dati Criminalpol segnalano poi un aumento del 35%, dal 2019, di stupri e maltrattamenti, e del 26% dello stalking; mentre i casi di revenge porn sono aumentati dal 2020 del 52%. Tra il 2023 e il 2024 sono quasi raddoppiati gli ammonimenti dei Questori (+94%) e più che triplicati
gli allontanamenti dei maltrattanti dalla casa familiare (+224%). Chiudono il quadro i recenti dati Univ-Censis, per cui 7 donne su 10 dichiarano di aver paura ad uscire di casa la sera, spesso rinunciando a farlo.
Nel frattempo, l’Italia rimane uno dei 7 paesi UE dove l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole non è obbligatoria, e dove i due maggiori enti preposti alla raccolta di dati sul fenomeno – ISTAT e Ministero dell’Interno – utilizzano modalità differenti, non facilitandone una lettura
univoca. Problema, questo, derivante in parte anche dall’assenza del femminicidio come fattispecie di reato nel nostro ordinamento giuridico.
Cultura della sopravvivenza
In attesa che il nostro paese si adegui, entro il 2027, ai nuovi standard di raccolta dati fissati dall’EIGE, e con l’Eurostat che invita ad andare oltre i soli dati amministrativi raccolti dalle istituzioni per capire il fenomeno, serve chiedersi per quale motivo siano proliferate, negli ultimi anni, app, siti e pagine social create dalle donne per le donne, allo scopo di diffondere strategie di sopravvivenza.
Esistono infatti applicazioni che consentono alle donne di videochiamare operatori mentre camminano da sole per strada (VIOLA), altre per individuare il percorso più sicuro per raggiungere una destinazione (Guardian – Safely Around), app della Polizia (YouPol e SCUDO) e
del Numero Unico per le Emergenze (112 – Where are you), app del Numero Antiviolenza e Antistalking (1522) che, insieme, sono state scaricate da centinaia di migliaia di donne.
Esistono canali social di associazioni come “Differenza donna” e “Di.Re.” che dispensano consigli e fanno conoscere segnali e gesti con cui le donne possono comunicare di essere in pericolo, o di organizzazioni come “donnexstrada”, la quale ha formato il personale di 500 “Punti Viola” in tutta Italia, per addestrarlo ad interpretare tali linguaggi. Esiste, da sempre, un bagaglio infinito di accortezze che le donne sono costrette ad osservare per evitare di morire o subire violenza.
Perché mai un’intera categoria sociale avrebbe bisogno di sviluppare e tramandarsi una forma di cultura della sopravvivenza se non fosse realmente in pericolo?



