Se le indiscrezioni di Repubblica risulteranno confermate, e se quanto riferiscono fonti ben informate del Ministero della Difesa verrà tradotto in un testo normativo, l’Italia starebbe per cambiare modello: non una correzione marginale, ma un allargamento consistente dello strumento militare.
La cornice istituzionale, intanto, è già tracciata: il Ministero ha comunicato che il lavoro preparatorio per un disegno di legge di riforma è arrivato a un “nuovo modello di riorganizzazione” presentato al ministro, con l’obiettivo politico dichiarato di portare il provvedimento in Consiglio dei ministri entro marzo.
Il punto, per chi non fa né tifo né demonizzazioni automatiche, è un altro: mettere i numeri in fila e chiedere che cosa producono, in termini di capacità reale, dentro un esercito che da vent’anni è costruito su personale volontario e professionale.
L’ordine di grandezza: +105.000 unità, cioè un salto di scala
Secondo un documento visto da Reuters, il piano allo studio porterebbe Esercito, Marina e Aeronautica da circa 170.000 a 275.000 unità entro il 2044, con una riserva da 15.000 e un aumento dei costi: circa 6 miliardi aggiuntivi e un passaggio dei costi del personale da circa 8,8 a quasi 15 miliardi l’anno.
Questi numeri non sono ancora legge: sono una traiettoria proposta. Ma bastano a inquadrare la domanda. Se aggiungi oltre il 60% di personale, non stai solo “rinforzando”: stai ridisegnando la struttura.
In questo contesto, parlare genericamente di “più soldati” non basta. Bisogna dire: più soldati per quali compiti e con quale resa operativa rispetto al costo.
Dove vanno oggi i professionisti: missioni estere e sicurezza interna
Due grandezze aiutano a capire quanta parte del personale professionale venga assorbita stabilmente da impieghi continuativi.
La prima è esterna: per il 2025, la documentazione parlamentare sulle missioni internazionali indica una consistenza media di circa 7.751 militari e una consistenza massima annuale di 12.109. Non sono cifre astratte: sono il dimensionamento concreto di impegni che drenano reparti, rotazioni, logistica, prontezza.
La seconda è interna e più politicamente sensibile: l’impiego dell’Esercito in attività di presidio e vigilanza sul territorio nazionale. Le ricostruzioni più accurate parlano di circa 6.800 militari impiegati tra “Strade Sicure” e “Stazioni Sicure”, con turnazioni semestrali. Anche qui non è solo il numero “presenti oggi”: è il fatto che, per sostenere quel contingente, nel corso dell’anno ruotano reparti e personale.
Questa doppia fotografia suggerisce una lettura sobria ma inevitabile: una quota non marginale di professionisti è stabilmente impegnata in compiti che non coincidono con l’idea, spesso evocata, dell’“esercito del futuro” fatto di alta tecnologia e specializzazione crescente.
Se la riforma spinge sull’organico, una spiegazione possibile è liberare reparti più addestrati da impieghi a bassa specializzazione. Ma allora bisogna dirlo con chiarezza: l’aumento non serve solo a “fare guerra moderna”, serve anche a reggere un uso continuativo delle Forze Armate per missioni e per funzioni interne.
Il nodo: 7.000 “di leva/ferma” nell’era della professionalità
Qui entra la parte più controversa dell’impianto: la “leva” o ferma volontaria breve. Repubblica parla di circa 7.000 unità con ferma di 12 mesi (prorogabile) e della riattivazione di strutture tipiche della leva obbligatoria, dalle visite mediche ai cicli di addestramento, fino alla possibilità di richiamo.
Finché non c’è un testo pubblico, questa resta un’anticipazione giornalistica. Ma vale la pena porre la domanda nel modo più concreto possibile: che cosa aggiunge militarmente una ferma annuale, rispetto al reclutamento volontario ordinario che già esiste?

Qui un dato ufficiale toglie ambiguità: l’addestramento iniziale dei volontari in ferma iniziale dell’Esercito prevede un corso basico di 12 settimane, come indicato nei bandi di concorso. Dodici settimane sono formazione di base: indispensabile, ma lontana dall’alta professionalità.
E se la ferma complessiva è di 12 mesi, il rapporto tra tempo di addestramento/inserimento e tempo di impiego utile diventa sfavorevole. È aritmetica organizzativa: più breve è la permanenza, più pesa la formazione sul totale, e più difficile è sostenere che quel personale costruisca capacità sofisticate.
C’è un ulteriore elemento che rende la questione più pungente: l’Esercito recluta già migliaia di volontari nel canale ordinario (il concorso 2026 prevede 6.000 unità). Se si aggiunge una leva/ferma parallela, la domanda diventa quasi obbligatoria: per quali compiti specifici servono quei 7.000?
Se l’obiettivo sono capacità “alte” (cyber, interoperabilità, sistemi complessi), la ferma breve sembra un attrezzo poco coerente. Se invece l’obiettivo è costruire massa per presidio, supporto, protezione infrastrutture e bacino di mobilitazione, allora la ferma breve ha una logica diversa: ma è un cambio di modello che andrebbe dichiarato apertamente, perché sposta risorse addestrative e organizzative verso una logica di quantità.
La riserva da 15.000: funziona solo se è una riserva vera
La riserva da 15.000 riportata da Reuters ha un senso “da contesto”: in Europa è tornato il tema della resilienza e della capacità di richiamo. Ma una riserva non è una cifra: è un sistema. Richiede addestramento periodico, catene di comando, equipaggiamenti, pianificazione. Senza questi ingredienti, è un numero che pesa sui bilanci ma non aumenta la prontezza. Ed è qui che l’analisi critica non ha bisogno di slogan: chiede solo coerenza tra obiettivi proclamati e meccanismi reali.
Stranieri: esclusi come cittadini, utili come soldati?
Il secondo punto, quello più politicamente rivelatore, è l’ipotesi — sempre attribuita alla bozza descritta da Repubblica — di aprire il servizio volontario anche a “cittadini stranieri regolari residenti in Italia”. Se confermata, sarebbe una discontinuità netta rispetto alla regola vigente.
La norma generale oggi è chiara: il Codice dell’ordinamento militare (d.lgs. 66/2010) prevede, tra i requisiti generali per il reclutamento, la cittadinanza italiana (art. 635). Lo stesso requisito è ribadito nei bandi di concorso per i volontari. Quindi l’eventuale apertura agli stranieri non sarebbe un dettaglio: sarebbe un’eccezione deliberata, o un cambio strutturale.
È qui che la contraddizione diventa leggibile senza retorica: se l’apertura riguarda soprattutto una ferma breve, transitoria, poco tutelata e funzionale a fare numero, il rischio è che lo straniero venga considerato “arruolabile” prima — o più facilmente — di essere riconosciuto pienamente sul piano dei diritti e dell’appartenenza.
In un Paese in cui il discorso pubblico e la politica oscillano spesso tra respingimento e stigmatizzazione, l’idea che lo straniero sia indesiderato come parte della comunità ma improvvisamente benvenuto quando serve manodopera in uniforme suona come una gerarchia implicita: non integrazione, ma disponibilità.
In attesa del testo definitivo, la critica realistica — non ideologica — sta tutta in due domande.
La prima è operativa: che funzione concreta hanno migliaia di volontari a ferma annuale in un esercito professionale, sapendo che l’addestramento di base da solo occupa settimane e che la competenza utile si costruisce in anni?
La seconda è politica: se si apre agli stranieri per il servizio militare, perché quella stessa apertura non vale con pari urgenza quando si parla di cittadinanza, diritti sociali e riconoscimento pieno?
Sono domande che non chiedono di “abolire l’esercito” né di celebrarlo. Chiedono che, se si cambia modello e si mettono sul tavolo decine di miliardi cumulati nel tempo, si dica con chiarezza che cosa si compra: capacità, massa, presidio interno, simboli. E chi, in quel modello, viene accettato come cittadino e chi solo come risorsa.


