Pakistan, 60mila sfollati da Tirah al confine afghano

Nel Nord-Ovest del Pakistan, lungo la frontiera con l’Afghanistan, sta accadendo qualcosa che assomiglia a una rimozione politica prima ancora che a un’emergenza umanitaria: decine di migliaia di persone hanno lasciato le loro case nella Tirah Valley, ma il potere centrale contesta perfino che l’evacuazione sia stata ordinata o che un’operazione militare sia in corso.

È il punto che rende la vicenda diversa dall’ennesima storia di sfollati: qui lo Stato non si limita a spostare corpi, prova anche a spostare la responsabilità, riscrivendo ciò che è avvenuto come un fenomeno “stagionale”, quasi fisiologico.

Secondo la ricostruzione di Reuters, l’esodo è iniziato a inizio gennaio dopo avvisi diffusi nelle comunità, anche via altoparlanti delle moschee, che invitavano le famiglie a lasciare l’area in vista di una possibile azione contro i militanti islamisti.

La destinazione ricorrente è stata Bara, dove gli sfollati hanno cercato riparo presso parenti o in strutture temporanee, affrontando neve, freddo e un percorso costellato di posti di blocco.

Sui numeri non esiste un conteggio ufficiale pubblicato, ma le stime convergono su ordini di grandezza molto alti. Associated Press parla di oltre 70.000 persone, in maggioranza donne e bambini, fuggite per l’incertezza legata a un’operazione contro i talebani pakistani, descrivendo file ai punti di registrazione e famiglie rimaste sospese tra la necessità di assistenza immediata e l’assenza di certezze sul rientro.

A Islamabad, il ministro della Difesa Khawaja Muhammad Asif ha negato che ci sia un’operazione militare in atto o pianificata e ha liquidato lo spostamento come “migrazione stagionale”, sostenendo che in quelle valli la gente si muove da decenni durante l’inverno per via della neve. La stessa posizione è stata rilanciata dalla stampa pakistana, che ha riportato le smentite come linea ufficiale.

La frattura, però, non è solo di narrazione: è una frattura tra livelli di potere. Le autorità distrettuali e provinciali, secondo le ricostruzioni giornalistiche, descrivono evacuazioni gestite e centri di registrazione attivati proprio perché le famiglie stanno arrivando.

Nel mezzo si inserisce anche un piano giudiziario: un articolo successivo di Dawn riporta che sia il governo federale sia quello provinciale hanno negato di aver “autorizzato” un’operazione nella valle durante un passaggio davanti alla Peshawar High Court, segno che lo scontro non è solo mediatico ma anche istituzionale.

Foto SPC Margaret Taylor Public Domain U.S. Army

Questa contraddizione ha un effetto immediato e materiale: se l’evacuazione diventa, per definizione politica, una “migrazione”, allora può diventare più difficile rivendicare ciò che normalmente accompagna uno sfollamento riconosciuto — assistenza strutturata, indennizzi, programmi di rientro, compensazioni per danni.

Reuters raccoglie proprio questa paura tra le famiglie: essere rimaste “bloccate”, con il timore che le promesse economiche non si traducano in pagamenti, e quindi senza la possibilità concreta di tornare.

Il contesto di sicurezza spiega perché lo Stato voglia insieme “fare” e “negare”. La frontiera di Khyber Pakhtunkhwa vive da anni una pressione crescente: dopo il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan nel 2021, il Tehreek-e-Taliban Pakistan ha intensificato attacchi contro postazioni e convogli di sicurezza, sfruttando anche basi oltreconfine, secondo molte ricostruzioni.

In questo quadro, Tirah è un corridoio storico e un’area operativa sensibile: quando l’antiterrorismo entra in modalità “campagna”, la popolazione civile tende a essere trattata come variabile da spostare per “ripulire” lo spazio.

Ma la politica interna è altrettanto determinante. Le cronache riportano un clima di accusa reciproca tra centro e provincia: da una parte il governo federale, spesso percepito come allineato con l’apparato militare; dall’altra un governo locale legato al campo dell’opposizione e a una regione dove la presenza militare è da anni oggetto di contestazione.

In questo conflitto, lo sfollamento diventa munizione: o è “evacuazione forzata” di cui qualcuno deve rispondere, o è “stagionale migrazione” che non obbliga nessuno a rispondere. Ed è qui che la popolazione viene schiacciata: chi ha perso casa e lavoro deve anche combattere per essere riconosciuto come sfollato, non come comparsa in un racconto conveniente.

L’originalità — e la gravità — di questa vicenda sta dunque in un doppio livello di vulnerabilità. La prima è fisica: la fuga in pieno inverno, le strade, i posti di blocco, la precarietà dei rifugi. La seconda è amministrativa: la negazione o minimizzazione dall’alto produce sfollati “inermi” anche sul piano dei diritti, perché senza un atto politico che chiami le cose con il loro nome, l’emergenza rischia di restare sospesa tra burocrazia e propaganda.

Se c’è una linea da tenere d’occhio nelle prossime ore e giorni è questa: se l’esercito continuerà a tacere ufficialmente, mentre la politica federale insiste sulla “migrazione stagionale”, la pressione si sposterà sui meccanismi di registrazione e sui pagamenti promessi, cioè sull’unico terreno dove la realtà non si discute: quando e quanto arriva alle famiglie, e a quali condizioni potranno rientrare.

In quella risposta — economica e amministrativa — si misurerà se il Pakistan sta davvero gestendo una crisi di sicurezza o se, nel tentativo di apparire in controllo, sta lasciando che la frontiera produca sfollati senza tutela e senza voce.

Foto Shan Muhammad Afridi CC BY-SA 4.0