L’Unione Europea, di fronte alla crisi migratoria, continua a privilegiare politiche di chiusura che non risolvono le cause delle migrazioni e lasciano sul terreno morti e diritti calpestati. Al confine orientale con la Bielorussia, la Polonia ha sospeso il diritto d’asilo, respingendo chi tenta di entrare, spesso con modalità brutali, mentre sulle coste della Manica le traversate si trasformano in tragedie sempre più frequenti.
Polonia: il confine dei diritti negati
Dal 2021, il regime bielorusso facilita l’ingresso nel suo territorio di rifugiati provenienti da Siria, Iran e altre aree in crisi, con l’obiettivo di spingerli verso l’Unione Europea. La Polonia, sostenuta dalla nuova Commissione Europea, ha adottato una linea dura, giustificandola come risposta a una “minaccia ibrida” orchestrata da Minsk e Mosca. Secondo il primo ministro polacco Donald Tusk, i migranti sarebbero parte di operazioni paramilitari organizzate per destabilizzare l’UE.
In nome della sicurezza nazionale, la Polonia ha sospeso il diritto d’asilo lungo il confine orientale, con il supporto esplicito della Commissione Europea. Questo ha portato a gravi interferenze sui diritti fondamentali, tollerate o addirittura sostenute da Bruxelles. Le guardie di frontiera polacche vengono accusate di respingimenti sommari e violenze, una situazione che, secondo Pro Asyl, evidenzia la “brutalità” delle politiche adottate.
I numeri ufficiali raccontano una realtà distorta: l’autorità polacca ha contato oltre 30.000 tentativi di attraversamento solo nel 2024, ma secondo Frontex, l’agenzia europea per la protezione delle frontiere, gli attraversamenti irregolari effettivi lungo l’intera frontiera orientale dell’UE sono stati meno di 7.000. Le richieste d’asilo in Polonia nel 2023 si sono fermate a 9.700, un dato esiguo rispetto alla dimensione della crisi migratoria globale.

Manica: una traversata sempre più mortale
A migliaia di chilometri di distanza, sulle coste della Manica, il dramma dei migranti assume contorni altrettanto tragici. Nelle spiagge del nord della Francia, decine di persone cercano ogni notte di attraversare il canale verso il Regno Unito su imbarcazioni di fortuna, spesso sovraccariche e insicure. Nel 2024, le morti nel tentativo di raggiungere l’Inghilterra hanno raggiunto un record: 72 vittime in un anno, superando il totale dei cinque anni precedenti.
La crescente sorveglianza delle coste francesi, con droni e agenti antisommossa, ha reso più difficile partire, ma non ha fermato le partenze. Al contrario, la repressione ha peggiorato le condizioni: le barche vengono intercettate e distrutte dalla polizia, costringendo i migranti a partire in fretta su imbarcazioni sovraccariche e spesso prive di fondo. Nei casi peggiori, i migranti vengono gettati in mare dai trafficanti per alleggerire il carico, mentre le operazioni di soccorso, già difficili, diventano sempre più complesse.
Le ONG attive lungo la costa, come Utopia 56 e Osmose 62, denunciano una situazione insostenibile. I volontari distribuiscono cibo e coperte nei campi profughi e cercano di avvisare i migranti sui rischi della traversata, ma gli incidenti si susseguono. Solo a ottobre, 14 corpi sono stati recuperati lungo un tratto di costa di 100 chilometri, spesso in stato di decomposizione avanzata, testimonianza di naufragi rimasti ignoti per giorni.
La politica europea: morte e repressione
Il dramma di queste due frontiere, così lontane eppure così simili, è l’ennesima prova del fallimento delle politiche migratorie europee. L’Unione Europea, invece di affrontare le cause delle migrazioni – guerre, povertà, crisi climatiche – e creare vie legali e sicure per l’ingresso, investe in barriere, respingimenti e repressione.
La Polonia giustifica i respingimenti con la necessità di difendere la sovranità nazionale, mentre sulle spiagge francesi e britanniche la militarizzazione dei confini alimenta un mercato nero gestito dai trafficanti. Ogni giorno, queste politiche lasciano dietro di sé un bilancio di morte e sofferenza.
Di fronte a questo panorama, è urgente una riflessione critica sull’approccio dell’Europa alla migrazione. Continuare a ignorare le cause strutturali e privilegiare la repressione non farà che aumentare il numero di vittime e perpetuare una tragedia umanitaria che si consuma alle porte del continente.
L’Europa, che si vanta di essere culla dei diritti umani, non può continuare a girare la testa dall’altra parte, lasciando che migliaia di vite vengano spezzate ogni anno nel silenzio e nell’indifferenza.



