La mattina del 24 aprile 2013 a Dacca, in Bangladesh, un edificio di otto piani si accartoccia su se stesso in pochi secondi: è il Rana Plaza, sede di una fabbrica tessile da cinquemila dipendenti, impegnati ogni giorno nella produzione di abbigliamento per celebri marchi internazionali (Zara, Benetton, H&M, Primark per citarne solo alcuni).
Nonostante degli ispettori avessero scoperto pericolose crepe nell’edificio proprio il giorno precedente al crollo e ne avessero chiesto l’evacuazione immediata, i lavoratori tessili sono costretti a recarsi in fabbrica, pena la sospensione di un mese di stipendio. Alle 9 del mattino del Rana Plaza non resta che il piano terra. È il più grave incidente mai avvenuto in una fabbrica tessile porta via 1134 operai e ne ferisce 2515.
Massoud Reza, architetto del gigante di otto piani di cui quattro abusivi, dichiarerà che l’intento era quello di ospitare negozi e che la struttura non era in grado di reggere le vibrazioni e il peso dei macchinari per la produzione industriale.
Alla tragedia seguono proteste e insurrezioni da parte dei lavoratori bengalesi. Le strade di Dacca vengono invase da migliaia di operai per chiedere condizioni di lavoro più sicure e la pena di morte per Sohel Rana, il proprietario del Rana Plaza. Dopo pochi giorni, diciotto industrie di abbigliamento vengono chiuse in attesa della messa in sicurezza delle strutture.
Il negozio di Oxford Street a Londra, della catena di abbigliamento Primark, viene circondato e il marchio viene dichiarato tra i responsabili della strage. Il 1° maggio, Papa da poco più di un mese, Francesco tuona: “Trentotto euro al mese. Questo è quanto venivano pagati gli operai morti.
Questa è schiavitù. Oggi nel mondo questa schiavitù è un crimine commesso nei confronti di qualcosa di bello che Dio ci ha dato: la capacità di creare, di lavorare, di avere dignità. Quanti fratelli e sorelle si trovano in questa situazione! Non pagare abbastanza, non dando un lavoro perché si sta pensando solo ai bilanci, solo guardando a come realizzare un profitto, va contro Dio!”.
La vita umana: è il costo più alto del cosiddetto fast fashion, la moda veloce quasi istantanea, che crea due collezioni al mese; affama, sazia e stucca in una settimana. L’idea di fondo delle catene di abbigliamento low cost è quello di produrre indumenti di tendenza in gran quantità e a prezzi bassi, a volte ridicoli, legittimando la psicologia del consumatore all’indifferenza dell’ammortamento, alimentando nello stesso tempo il bisogno di abbandonare outfit che diventano desueti in capo ad una stagione, abbeverando il craze capitalistico del consumismo.
La manìa, parola che non a caso deriva dal verbo greco maínomai, cioè “uscire di senno” diventa metro di tutte le cose che sono in quanto sono e, come si vedrà, anche di quelle che non sono in quanto non sono. E in effetti di senno si esce quando nei centri commerciali oppure online si comprano magliette a tre euro o abiti per dieci euro: la possibilità del cambio di guardaroba diventa ultrarapida e ogni riflessione sull’effettiva necessità del prodotto diventa più superflua del prodotto stesso.
A garantire la prosperità di questo sistema è ovviamente la delocalizzazione – quasi predatoria – della produzione in quelle aree del mondo in cui la manodopera è abbondante e a costi ridicoli. Una seconda, studiata ma non risolta, uscita di senno.
La questione è rimbalzata sulle cronache maggiori grazie all’inchiesta della giornalista anglo-algerina Imam Amrani (ripresa anche recentemente dal Corriere), che è riuscita ad entrare con una telecamera nascosta in una delle 700 fabbriche cinesi di Shein, nota azienda di moda usa e getta che in pochi anni ha rubato la scena del mercato mondiale, passando dal fatturare 10 miliardi di dollari nel 2020 a 60 miliardi nel 2023.

Amrani ha visto all’opera lavoratori forzati a turni di 17 ore al giorno, senza l’ombra di una tutela sociale (malattie, riposi, congedi) e in condizioni igieniche disumane. Per avere l’equivalente di quattro centesimi a capo, ne devono produrre giornalmente almeno 500. Anche un rapporto del 2022 di Bloomberg mette nero su bianco come la produzione di magliette di cotone vendute da Shein provengono dal lavoro forzato della minoranza Uiguri dello Xinjiang.
Questa regione al Nordovest della Cina è uno dei maggiori produttori di cotone al mondo e la minoranza musulmana è da anni scandalosamente perseguitata e oppressa dal governo cinese. Secondo alla Cina, il succitato Bangladesh, ad oggi tra i maggiori produttori di abbigliamento al mondo.
Le misere paghe degli operai di circa 119 dollari al mese non bastano neanche a garantir loro una vita di sussistenza nei sobborghi di Dacca, per la quale di dollari ne occorrerebbero minimo 194, stando alle stime della Global Living Wage Coalition.
Con questi livelli di reddito, inadeguati al costo della vita aumentato a seguito di un’inflazione del 9% tra il 2022 e il 2023, i lavoratori sono esasperati e le proteste si susseguono: l’ultima a marzo, sfociata in un violento attacco contro il Segretario Generale della National Shop Employees bengalese, Amirul Haque Amin e contro altri dimostranti che chiedevano maggiorazioni salariali nei giorni festivi per i lavoratori del settore tessile.
I grandi marchi appaltatori, pur dichiarandosi a parole favorevoli al miglioramento delle condizioni degli operai e solidali con essi, giustificano il loro immobilismo dichiarando di non essere i proprietari delle fabbriche e dunque di non poter intervenire sulla retribuzione dei dipendenti. Una risposta più che mai timida e che cela ben altri interessi: infatti, imporre ai fornitori un livello salariale minimo, comporterebbe un aumento del 3% del costo del lavoro, causando una perdita di terreno contro il gigante cinese, privo di qualunque etica del lavoro.
Sacrificio umano, dunque, ma non solo. La corsa di questa giostra folle in cui, senza mai raggiungersi, si rincorrono il già e il non ancora, sembra avere degli effetti micidiali sull’ambiente, generando una enorme quantità di rifiuti e impattando in modo esiziale sull’inquinamento del pianeta.
Ecco, secondo Greenpeace, i tre numeri della “moda veloce”: 25%, la percentuale di nuovi vestiti prodotti ogni anno che rimane invenduta e viene gettata; 1 secondo, la cadenza con cui un camion di abiti scartati viene bruciato o buttato nelle discariche; -1%, la quantità di vestiti che viene effettivamente riciclata in nuovi capi d’abbigliamento.
“Soltanto nell’Unione Europea – dichiara l’organizzazione ambientalista – ogni anno, vengono gettate via 5 milioni di tonnellate di vestiti e calzature (circa 12 chili per persona) e l’80% di questi finisce in inceneritori e discariche. Quando non finiscono nelle discariche e negli inceneritori europei, i capi d’abbigliamento vengono esportati in altri Paesi e da qui se ne perdono le tracce”.
E non tace Greenpeace neanche sui materiali, un problema che si affianca a quello dei coloranti per tessuti, assai economici e tossici, responsabili di buona parte dell’inquinamento delle falde acquifere: “Nylon, acrilico e poliestere sono le fibre sintetiche maggiormente utilizzate per produrre abiti a basso costo e molte di esse derivano dalla raffinazione di idrocarburi, come gas e petrolio. Il poliestere, già dopo i primi lavaggi, comincia a rilasciare microplastiche che finiscono nei mari e poi, risalendo la catena alimentare, anche all’interno del nostro cibo”.
Sensibile al tema anche l’Unione Europea, che sta tentando in questi anni di tracciare un Green Deal, anche attraverso la diffusione di infografiche sulla correlazione tra problema ambientale ed economia dell’abbigliamento. Si calcola che l’industria della moda, con camion di vestiti acquistati e resi più volte, che arrivano a percorrere fino a 10 mila chilometri, sia responsabile del 10% delle emissioni globali di carbonio, più del totale di tutti i voli internazionali e del trasporto marittimo messi insieme.
Gli acquisti di prodotti tessili nell’UE nel 2020 hanno generato circa 270 kg di emissioni di CO2 per persona. Questo significa che i prodotti tessili consumati nell’UE hanno generato emissioni di gas serra pari a 121 milioni di tonnellate (fonte AEA, Agenzia Europea dell’Ambiente).
Quali le risposte possibili? “L’UE dispone del marchio Ecolabel UE che i produttori che rispettano i criteri ecologici possono applicare agli articoli – si legge in un articolo pubblicato del 27 marzo 2024 della Direzione generale della Comunicazione del Parlamento europeo-. Questo dà maggiore visibilità ai prodotti che includono meno sostanze nocive e causano meno inquinamento dell’acqua e dell’aria. Il Parlamento ha presentato idee per modificare le norme sui rifiuti tessili nel marzo 2024.
La revisione della direttiva sui rifiuti introdurrà schemi di responsabilità estesa del produttore. In pratica, ciò significa che i produttori di prodotti tessili, come abbigliamento, calzature, cappelli e accessori, così come altre aziende che immettono tali prodotti sul mercato unico europeo, dovranno coprire i costi della raccolta differenziata, dello smistamento e del riciclaggio”.
Nel giro di vent’anni (dal 2000 al 2020), la produzione globale di fibre tessili è passata da 58 milioni di tonnellate a 109 e si prevede di arrivare a 145 tonnellate nel 2030. Il consumo medio a persona di prodotti tessili richiede oggi l’utilizzo di 400 mq di terreno, 9mdi acqua e 391 chili di materie prime. Numeri destinati a salire.
Davanti ad un simile scenario, si rende necessaria una severa presa in carico del problema da parte delle istituzioni di certo, ma anche da parte della Gen-Z, quella a cui appartiene il futuro; la generazione più informata e sensibilizzata sui temi della sostenibilità ambientale ma, per paradosso, anche la maggior fruitrice della moda fulminea, veicolata in massima parte dai social network e dai suoi influencer.
Dunque, come l’uomo della metropoli (descritto attentamente dal sociologo tedesco George Simmel nel 1903) così incede il nuovo blasé, l’indifferente: oggi, come ieri, la sovraesposizione sensoriale ha come effetto il suo opposto, cioè l’intorpidimento dei sensi stessi, finendo per percepire tutto in modo indistinto, a non cogliere le differenze e il valore qualitativo delle cose.


