Se pensate che Donald Trump abbia ancora il pieno controllo del Partito Repubblicano, potrebbe essere il momento di rivedere le vostre certezze. Nonostante la sua continua popolarità in certe fasce dell’elettorato conservatore, una crescente schiera di repubblicani di spicco sta voltando le spalle all’ex presidente, portando a una divisione sempre più evidente nel GOP.
Personalità influenti come Mitt Romney e Liz Cheney sono solo la punta dell’iceberg di una vera e propria ribellione interna. Ma quello che colpisce è che non si tratta solo di dissenso passivo: molti di questi repubblicani sembrano pronti ad appoggiare persino una democratica come Kamala Harris.
Questa frattura all’interno del partito non è semplicemente ideologica, ma potrebbe avere conseguenze concrete. Romney, nonostante la sua risaputa avversione per Trump, ha evitato di dichiarare apertamente che voterà per Harris, ma è chiaro che il suo rifiuto di sostenere l’ex presidente sta scuotendo Washington.
Personaggi come Dick Cheney e sua figlia Liz, storici membri dell’establishment repubblicano, hanno già preso una posizione netta contro Trump. Liz Cheney, in particolare, è stata una delle poche voci nel partito a votare per l’impeachment di Trump dopo l’assalto al Campidoglio, consolidando il suo ruolo di oppositrice interna.
Le defezioni non finiscono qui. Anche figure di alto profilo dell’amministrazione Trump, come John Bolton e Mark Esper, hanno espresso la loro contrarietà alla sua ricandidatura.
John Kelly, l’ex capo di gabinetto alla Casa Bianca sotto Trump, è un altro tra coloro che non temono di farsi sentire, mentre personaggi come Adam Kinzinger, noto critico dell’ex presidente, hanno definitivamente abbandonato il campo trumpiano.
Il messaggio è chiaro: per una parte significativa del GOP, Trump è diventato impresentabile, una figura troppo divisiva per unire il partito e, ancora meno, il Paese.

Ma i veri numeri rivelano quanto questa ribellione potrebbe incidere. Un recente sondaggio ha evidenziato che circa il 9% degli elettori repubblicani si dice pronto a sostenere Kamala Harris. Si tratta di una percentuale che potrebbe sembrare ridotta, ma che diventa significativa se proiettata negli stati chiave.
In Pennsylvania, ad esempio, Trump ha perso voti in favore di Nikki Haley durante le primarie, con oltre 160.000 voti che sono andati a lei. Questi numeri potrebbero fare la differenza in un’elezione nazionale, soprattutto considerando che Biden ha vinto lo stato con un margine di soli 80.000 voti nel 2020.
Il problema più grande per Trump, però, è la sua retorica. Anche tra coloro che lo hanno sostenuto in passato, l’ex presidente inizia a essere visto come una figura che allontana più elettori di quanti ne attragga.
La sua leadership populista e aggressiva, che ha galvanizzato una base fedele, ora sta spaventando una parte crescente di repubblicani moderati, che cercano una via d’uscita. Ed è proprio in questa insoddisfazione che si inseriscono i democratici, pronti a capitalizzare su una spaccatura interna che potrebbe trasformarsi in un’arma a doppio taglio per il GOP.
E poi c’è Kamala Harris. La vice presidente, con il suo profilo meno polarizzante e la sua capacità di attrarre sia moderati che elettori progressisti, sembra essere una figura attraente per chi cerca una valida alternativa a Trump.
Anche se non tutti i piani della Harris sono chiari, la sua vaghezza in alcuni ambiti sembra perfetta per proiettare speranze su di lei. Gli elettori repubblicani in fuga da Trump potrebbero vedere in Harris una figura in grado di rappresentare una stabilità politica che manca ormai da tempo.
In sintesi, il GOP sta vivendo una crisi d’identità, e la figura di Trump, che un tempo era sinonimo di unità, sta diventando il catalizzatore di una spaccatura sempre più ampia. Il 2024 potrebbe non solo essere un referendum sulla sua presidenza, ma anche una prova di sopravvivenza per un partito che rischia di perdere il controllo su se stesso.



