L’Europa ricorre ai talebani per fermare i migranti

C’è una merce che i governi autoritari possono vendere all’Europa a un prezzo sempre più alto: la disponibilità a fermare i migranti o a riprenderseli dopo un’espulsione. Non è soltanto una questione di denaro. In cambio si possono ottenere rapporti diplomatici, collaborazione istituzionale e una tolleranza politica che su altri terreni sarebbe impensabile. Più i governi europei promettono rimpatri ai propri elettori, più diventano dipendenti da chi deve renderli possibili.

L’esempio più recente arriva dall’Afghanistan. Il 23 giugno, a Bruxelles, una delegazione talebana ha incontrato rappresentanti europei per discutere delle espulsioni dei cittadini afghani. L’incontro è stato presentato come un colloquio tecnico, non come il riconoscimento del regime. Ma la distinzione formale non cancella il fatto politico: per rimandare persone a Kabul, l’Europa deve negoziare con un governo che continua a condannare per la persecuzione delle donne e la repressione delle libertà fondamentali.

I talebani non hanno dovuto fare alcuna concessione sui diritti per sedersi a quel tavolo. Le ragazze restano escluse dall’istruzione secondaria, le donne dall’università e da gran parte della vita pubblica. A cambiare non è stato il regime, ma l’urgenza europea di dimostrare che le espulsioni funzionano. E Kabul ha capito di poter chiedere, in cambio della collaborazione sui rimpatri, maggiore spazio diplomatico e sostegno economico.

Il meccanismo è semplice. Un ordine di espulsione non basta a rimpatriare una persona: servono documenti, identificazioni e l’accettazione delle autorità del Paese di destinazione. Se queste non collaborano, l’allontanamento può bloccarsi. Nei primi nove mesi del 2025, secondo i dati Eurostat riportati dalla stampa europea, a fronte di oltre 14 mila ordini di lasciare l’Unione emessi nei confronti di cittadini afghani, i rimpatri effettivi sono stati soltanto alcune centinaia. Per i governi impegnati a promettere più espulsioni è un problema; per i talebani, una leva negoziale.

Non è una novità assoluta. Con la Tunisia di Kais Saied l’Unione europea ha sottoscritto nel 2023 un’intesa che comprendeva finanziamenti per la gestione delle frontiere, nonostante le denunce sulle violenze contro i migranti. In Libia la cooperazione europea con le autorità incaricate delle intercettazioni in mare si è sviluppata mentre organizzazioni internazionali documentavano torture, detenzioni arbitrarie ed estorsioni ai danni delle persone riportate a terra. Sono situazioni diverse da quella afghana: lì si tenta di fermare le partenze, qui di ottenere i rimpatri. Ma la dipendenza politica segue una logica simile.

L’Europa dispone di risorse economiche incomparabilmente maggiori di quelle dei suoi interlocutori, eppure può ritrovarsi nella posizione di dover chiedere favori. Perché chi controlla un confine, un porto o il rilascio di un documento consolare controlla anche la possibilità di mantenere una promessa elettorale. La pressione dell’opinione pubblica europea diventa così un vantaggio contrattuale per governi che non hanno bisogno di migliorare il proprio comportamento per ottenere concessioni.

Naturalmente, dialogare con autorità non riconosciute non equivale sempre a legittimarle. Può essere necessario per assicurare aiuti, garantire assistenza alla popolazione o affrontare emergenze. Anche i rimpatri sono consentiti dal diritto internazionale, purché rispettino le garanzie individuali e il divieto di rinviare una persona dove rischia persecuzioni o torture. Il problema nasce quando il numero delle espulsioni diventa il criterio principale con cui si misura il successo della politica migratoria: a quel punto la collaborazione del regime conta più delle condizioni in cui vivono i suoi cittadini.

Questo rovesciamento degli interessi dovrebbe preoccupare anche chi considera prioritario controllare l’immigrazione. Un governo europeo che promette espulsioni sempre più numerose aumenta il proprio bisogno di accordi; un regime autoritario che può ostacolarle vede crescere il proprio potere. La durezza esibita verso i migranti rischia così di tradursi in una crescente arrendevolezza verso chi li governa nei Paesi d’origine.

I talebani non hanno bisogno di convincere l’Europa che il loro potere sia diventato accettabile. È sufficiente che l’Europa abbia bisogno di loro.

“Elaionas Refugee Camp” by IFRC is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.