Il quartiere del Pilastro, situato alla periferia di Bologna, appartiene, nell’immaginario italiano, al girone dei dannati. Assieme alla Falchera di Torino, al Corviale di Roma, a Scampia di Napoli, allo Zen di Palermo, a Quarto Oggiaro di Milano, il suo nome evoca scenari sinistri. Di marginalità, degrado, insicurezza.
Sorto negli anni sessanta per accogliere gli immigrati meridionali, negli anni ha inglobato anche una vasta fetta dei residenti stranieri di Bologna. L’eccidio dei 4 carabinieri, compiuto, nel 1991, dalla famigerata banda della Uno Bianca. La visita sbruffona dell’allora ministro dell’interno, Salvini, che pretendeva di stanare gli spacciatori casa per casa, ha regalato al quartiere bolognese una reputazione sinistra davvero spropositata.
Per quanto il Pilastro sia un quartiere dormitorio, per altro in seguito alle scelte degli amministratori locali, il suo tessuto residenziale denota un certo livello di vivacità. Grazie alle vaste porzioni di verde, alle strutture associative (centro sportivo, biblioteca, centro commerciale di quartiere), è sorta, negli anni, un’aggregazione spontanea di residenti, trasversale all’etnia e alla nazionalità, che, di concerto ad una parte della società civile bolognese, si è prodigata di sforzi per rendere il quartiere vivibile.
Pratiche costanti, diffuse, ma deliberatamente ignorate dalle amministrazioni, prevalentemente di centro-sinistra, che hanno governato il capoluogo emiliano. I quali, oltre ad aderire all’immaginario bolognese e nazionale, che dipinge il Pilastro alla stregua di una vera e propria corte dei miracoli, si sono sintonizzati sulla frequenza della cosiddetta “riqualificazione”. Una parola che suona promettente, ma che in realtà andrebbe presa con le molle.
Riqualificare una zona urbana, come ci insegnano le esperienze degli ultimi anni, non significa andare incontro ai bisogni dei residenti e realizzare quelle strutture o promuovere quelle iniziative che lo rendano più vivibile. Nel migliore dei casi, significa assecondare la speculazione fondiaria, realizzare opere dal richiamo altisonante, vere e proprie cattedrali nel deserto, avulse dal contesto socio-residenziale. Da affidare alla vigilanza di security private.
Nella peggiore delle ipotesi, la riqualificazione, coincide con l’espulsione dei vecchi residenti da una zona, magari facendo ricorso alla polizia. Oppure col creare un vero e proprio apartheid urbano tra insediamenti residenziali e realizzazioni glamour, deteriorando ultimamente la qualità della vita, e peggiorando le questioni relative alla sicurezza.
Lo si è visto a Milano, a Rogoredo. L’insediamento direzionale e residenziale di Santa Giulia, lungi dal risolvere la marginalità, ha aggravato il deterioramento dell’area, creando il contesto all’interno del quale è maturata l’uccisione di Abderrahim Mansouri.
Tornando al Pilastro, il comune ha scelto il quartiere come sede di uno dei progetti di riqualificazione urbana, che, nell’intento manifesto di affrontare i problemi di sicurezza e marginalità, in realtà le ampliano. E’ stato così nel caso delle scuole Besta, o nel tentativo di vendere i giardini di San Leonardo all’università statunitense Johns Hopkins per farla finita con gli assembramenti sospetti.

Al Pilastro, udite udite, dovrebbe sorgere il Museo dei Bambini. Anzi, per dargli un tocco internazionale (o provinciale, fate voi), il Children’s Museum. Per realizzarlo, verranno abbattuti degli alberi, dando vita ad un ennesimo scempio ecologico. Inoltre, la contrazione dello spazio verde, riduce lo spazio di aggregazione spontanea, utilizzato dai residenti del quartiere.
Non casualmente, l’inizio dei lavori, ha innescato la mobilitazione dei residenti. Una mobilitazione spontanea, trasversale alle fasce d’età, al sesso, alla nazionalità, che ha visto i ragazzini e le donne, di origine migrante, in prima fila nelle proteste.
Una mobilitazione che ha trovato sponda presso quei settori della sinistra politica e della società civile bolognese che tradizionalmente rivolgono un’attenzione critica alle riqualificazioni promosse da Palazzo D’Accursio, sede del Comune. In altre parole, si è assistito alla messa in atto di un vero e proprio esempio di partecipazione democratica dal basso.
Soprattutto, a produrlo, sono stati gli esponenti delle cosiddette classi pericolose, residenti della corte dei miracoli bolognese. Che, secondo i parametri della politica e dell’opinione pubblica convenzionale, non hanno né diritto né capacità di parola. Oltretutto, ostacolano una riqualificazione urbana che genera cespiti a favore della rendita fondiaria, e inficiano la narrazione ufficiale della lotta al degrado delle periferie portata avanti dal Comune.
Ecco allora che, in reazione alla mobilitazione, si assiste ad uno spiegamento di forze dall’alto. I quotidiani locali che hanno gioco facile ad epitetare come violenti, incivili e prevaricatori i residenti del Pilastro che si oppongono. Il sindaco che, come è tradizione dei primi cittadini bolognesi dal 1977, fa appello alla legalità.
Fino all’apoteosi del 2 marzo, con l’intervento della polizia mirato a sgomberare i manifestanti dal sito del cantiere, con arresti, ferimenti, uso incondizionato della forza, come svariati video e testimonianze documentano.
La democrazia, intesa come pratica dal basso, è pericolosa. Inficia le rappresentazioni ufficiali, rischia di inserire nel dibattito pubblico i gruppi sociali da schiacciare e monitorare nei quartieri dormitorio, ai quali si trasmette il messaggio che non hanno alcun diritto di esprimere e rivendicare i propri bisogni.
Infine, l’esercizio della democrazia disturba le speculazioni fondiarie, sabotando la macchina neoliberista, lanciata verso l’ennesima cattedrale del deserto da realizzare. E’ grave che tutto ciò avvenga. Soprattutto, che abbia luogo nella cosiddetta vetrina del centro-sinistra.
Il finale, triste, lo conosciamo. L’opera sarà realizzata, vigilata giorno e notte da guardie specializzate. La qualità della vita del Pilastro si deteriorerà ulteriormente. Fino a sollecitare un’altra visita ministeriale e a stimolare un’ennesima campagna per la sicurezza. Da risolvere con un altro progetto di riqualificazione. Mediato dalla repressione poliziesca. La democrazia. Diceva Giorgio Gaber lasciando il discorso in sospeso. Dato che per lui, come per noi, libertà è partecipazione. Quanto avevi ragione, Giorgio!



