La fotografia scattata da NIdiL Cgil e dall’Osservatorio pensioni della Cgil sui dati della Gestione separata Inps è di quelle che non si dimenticano facilmente: per oltre 600 mila persone – 208 mila collaboratori e 436 mila partite Iva individuali “esclusive” – lavorare oggi significa restare poveri e prepararsi a una pensione da fame domani. La Legge di Bilancio in discussione non sposta di un millimetro questa condanna, ed è esattamente questo il punto da cui parte l’analisi pubblicata ieri da NIdiL, disponibile integralmente sul sito del sindacato.
La platea di cui parla lo studio è quella dei “parasubordinati” puri: i collaboratori coordinati e continuativi che non hanno altri rapporti di lavoro, ancora usati sia nel privato sia nel pubblico, dagli operatori dei call center alle maestre d’asilo in alcuni Comuni, e i professionisti con partita Iva esclusiva non iscritti a ordini professionali, dagli archeologi ai grafici, dalle guide turistiche ai traduttori. Formalmente sono autonomi, ma nella pratica spesso lavorano come dipendenti, solo che costano meno alle imprese e hanno molte meno tutele.
I numeri sui redditi bastano da soli a definire il quadro. Nel 2024 i collaboratori esclusivi hanno percepito in media 8.566 euro lordi all’anno. Peggio va a chi sta già più in basso nella gerarchia sociale del lavoro: le donne, che sono il 47% della categoria, si fermano a 6.839 euro; gli under 35, circa il 44% del totale, a 5.530 euro.
I professionisti con partita Iva esclusiva sembrano messi meglio solo a uno sguardo superficiale: il reddito medio è 18.094 euro, ma anche qui il genere e l’età pesano come macigni. Le donne, che sfiorano il 50% della platea, si attestano a 15.700 euro lordi; i giovani sotto i 35 anni, che sono più di un terzo, a circa 14.400.
Stiamo parlando di persone che, pur lavorando, galleggiano stabilmente nella fascia del lavoro povero. Non sono eccezioni o “casi limite”: sono figure strutturali dell’economia dei servizi, della cultura, della comunicazione, del terzo settore, dei servizi educativi.
E la manovra del governo Meloni, osserva NIdiL, “non sostiene i redditi da lavoro e non avrà alcun impatto in particolare sul lavoro parasubordinato”, perché non interviene né sui compensi né sulle tutele, né sul fronte fiscale né su quello previdenziale.
La parte più crudele dell’analisi riguarda però ciò che succede quando quei pochi soldi vengono versati all’Inps. Per avere un anno pieno di contributi nella Gestione separata serve un reddito di almeno 18.415 euro. Se si guadagna meno, i mesi accreditati vengono proporzionati e, quando il risultato è inferiore a uno, si arrotonda a zero. Da qui nasce la categoria dei “contribuenti netti”: persone che pagano i contributi ma non maturano neanche un mese utile.

Tra i collaboratori esclusivi, il 22,5% rientra in questa situazione paradossale: insieme versano oltre 14 milioni di euro e non ottengono in cambio nessun mese accreditato, il che li esclude da qualsiasi prestazione sociale – malattia, maternità, disoccupazione. Solo l’8% dell’intera platea arriva a 12 mesi pieni; per gli under 35 la quota crolla al 2,17%, per le donne al 3,76%.
Nei professionisti con partita Iva esclusiva il film non cambia molto: i “contribuenti netti” sono circa 36 mila, di cui 20 mila donne e 13 mila under 35. Solo il 35% raggiunge un anno pieno di contribuzione, e più di metà di chi ce la fa è uomo. Anche qui, decine di migliaia di persone pagano senza accumulare diritti.
Quando si alza lo sguardo dal presente al futuro previdenziale, la prospettiva diventa ancora più fosca. L’analisi NIdiL–Cgil simula il percorso di chi, tra questi lavoratori, riesce davvero a raggiungere il reddito minimo che dà diritto a un anno pieno di contributi. Per un collaboratore esclusivo che guadagna almeno 18.415 euro l’anno – condizione che oggi riguarda appena l’8% della categoria – servirebbero almeno 30 anni di versamenti per arrivare, a 64 anni, a una pensione di circa 853 euro mensili.
Per un professionista con partita Iva esclusiva le condizioni sono persino peggiori: con 30 anni di contributi pieni si raggiunge a 67 anni un assegno di 646 euro al mese. Per tutti gli altri, cioè per la stragrande maggioranza – il 92% dei collaboratori esclusivi e il 65% dei professionisti – l’unica uscita realisticamente possibile resta quella a 71 anni, l’età in cui non è richiesto un importo minimo, ma dove la pensione è di fatto una rendita molto modesta, lontana da qualsiasi soglia di vita dignitosa.
A rendere il quadro ancora più beffardo c’è il bilancio della Gestione separata Inps. Nel 2024, ricorda lo studio, questa gestione ha prodotto un avanzo di 9,6 miliardi di euro, proseguendo un trend positivo che dura da almeno dieci anni. Le prestazioni temporanee erogate – malattia, maternità, disoccupazione, assegni familiari, Discoll – valgono complessivamente meno di cento milioni. In altre parole, i parasubordinati finanziano una gestione in forte attivo senza ricevere in cambio, né oggi né domani, un livello di protezione comparabile a quello dei lavoratori dipendenti.
Su questo terreno si inserisce il giudizio politico di NIdiL Cgil sulla Legge di Bilancio. Andrea Borghesi, segretario nazionale della categoria, lo dice senza giri di parole: “posto che c’è un tema di qualificazione dei rapporti di lavoro quando mascherano lavoro dipendente, le scelte da fare nell’immediato vanno in direzione opposta a quanto fa il Governo”.
Per evitare che i parasubordinati restino il serbatoio fisso del lavoro povero, secondo NIdiL il primo passo è far pagare “il giusto compenso” alle imprese, definendo un salario minimo o un equo compenso non inferiore a quanto previsto per le stesse figure professionali dai contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle organizzazioni più rappresentative. Quella soglia dovrebbe diventare anche il riferimento per la definizione dei compensi dei collaboratori e delle partite Iva su cui costruire la contrattazione, collettiva e individuale.
L’altro nodo è contributivo. Oggi l’aliquota complessiva è formalmente la stessa dei dipendenti, ma per i collaboratori la quota a loro carico è quasi due punti più alta: circa l’11% contro il 9,19% dei subordinati. È un differenziale che scarica su chi ha i redditi più bassi un costo maggiore per la propria previdenza e consente alle imprese un risparmio immediato. NIdiL chiede di eliminare questo squilibrio, pareggiando le aliquote a carico di lavoratori dipendenti e parasubordinati.
Infine c’è il capitolo delle tutele. L’accesso alle prestazioni sociali, per il sindacato, dovrebbe essere garantito a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori attraverso ammortizzatori universali che coprano in modo equo il rischio disoccupazione e gli eventi come malattia e maternità, indipendentemente dalla forma contrattuale. Sul fronte previdenziale, la proposta è quella di una pensione contributiva di garanzia, che eviti di trasformare in pensioni di pura sopravvivenza le carriere discontinue e a basso reddito che oggi popolano la Gestione separata.
Non è un esercizio accademico. Borghesi chiude ricordando che proprio questi lavoratori – collaboratori e partite Iva “esclusive” – saranno in piazza il 12 dicembre insieme alla Cgil, in sciopero contro le politiche del governo che “nulla fa sul versante redditi e pensioni”. Se l’autunno operaio di cui si parla tanto in questi giorni ha un volto meno visibile, è anche questo: quello di chi lavora da anni con contratti temporanei e finte autonomie, e scopre che il prezzo di questa flessibilità è una vecchiaia a 71 anni con un assegno che non basta a vivere.


