C’è stata una sola serranda abbassata per lutto.
Non lo ha ordinato nessuno. Nessun sindaco, nessun parroco, nessun tweet.
La signora del bistrot di Villa Pamphili, senza clamore, ha deciso che la sera non si apriva. Non si serviva vino accanto a un’erba alta che aveva appena accolto due corpi senza storia.
Ha capito, prima di tutti, che quei corpi erano anche affar suo.
Era l’unica.
La donna trovata distesa accanto alla terra non aveva un nome. Non ne ha nemmeno adesso.
Nemmeno la bambina ne aveva uno.
Non un altarino, non un fiore. Solo i tatuaggi: un pipistrello, una collana di rose, uno scheletro, un pappagallo e un piccione. Frammenti di vita incisi sulla pelle come note di un racconto che nessuno ha voluto leggere.
E allora lo diciamo noi: questa morte non è solo una tragedia. È una vergogna pubblica.
Non è retorica. È aritmetica urbana: una città con quasi cinque milioni di abitanti, tra residenti, migranti, fantasmi con o senza documenti, e due esseri umani possono morire nel suo cuore verde senza che nessuno se ne accorga.
Non ai margini. Al centro.
Nella villa amata da tutti. Dove si corre, si portano i cani, si fanno foto ai tramonti.
La loro unica ricchezza è stata morire in un luogo bello. E anche questo è un paradosso.
Non è stata la povertà, da sola, a ucciderle.
È stata l’invisibilità.
È stato il silenzio lungo prima della morte.
Sono state le porte chiuse, i bagni murati da dieci anni, i servizi sociali con gli orari da ufficio, i passanti che hanno guardato altrove, le telecamere che non c’erano e forse non ci sarebbero servite a nulla.
È stata la paura di immischiarsi, il culto dell’indifferenza, la bulimia da notifiche e la fame zero di realtà.
Queste parole non sono per convincere.
Semmai per scuotere.
Per dire che non basta indignarsi un giorno per poi tornare a commentare i trailer delle nuove serie.
Chi resta deve decidere se vedere o non vedere.
Il gesto della donna del bistrot è stato piccolo e enorme.
Non conosceva quella madre e quella figlia.
Eppure ha fatto quello che si fa quando muore qualcuno che ha un nome, una storia, una lapide.
Si è sentita in lutto. Punto.
Non possiamo chiedere altro che questo: sentire il lutto anche quando non ci riguarda.
Agire come se ci riguardasse sempre.
Perché ci riguarda.
Questa è una chiamata per chi ancora crede che non sia tutto perduto.
Non una richiesta generica di solidarietà, non una petizione emotiva.
Ma un invito a comportarsi da setta minoritaria, senza potere, senza speranza, ma con un codice di condotta: non voltarsi mai.
Non dimenticare mai che si può morire a Roma, in mezzo al verde, in pieno giorno, e che quel silenzio è il nostro giudizio.
Non serve commuoversi per l’ennesimo fallimento.
Non c’è bisogno di lacrime.
Basta almeno non far finta di niente
E forse la città tornerà a essere di chi non vuole chiudere gli occhi.



