Gli striscioni fascisti contro Lorenza Roiati ad Ascoli. Gli insulti feroci contro Liliana Segre sui social dopo il 25 aprile. Due episodi apparentemente scollegati, eppure strettamente legati da un filo rosso: il clima di intolleranza che si respira in Italia oggi.
Un clima che certo è favorito da un governo e da amministrazioni locali sempre più lontani dai principi liberali e democratici, ma che affonda le sue radici molto più in profondità, dentro la società.
È facile prendersela con i partiti della destra reazionaria, con le loro ambiguità sul fascismo e il loro progressivo svuotamento delle garanzie democratiche. È anche giusto farlo. Ma sarebbe un grave errore pensare che tutto si esaurisca lì, come se bastasse un cambio di governo per ripulire l’aria.
La verità è che la società italiana ha già interiorizzato, metabolizzato e in molti casi prodotto questa intolleranza. È la società, prima ancora della politica, ad aver normalizzato l’odio verso chi difende i valori antifascisti, a tollerare che una sopravvissuta ad Auschwitz venga insultata a ogni apparizione pubblica, a considerare provocatorio un semplice richiamo alla Resistenza.
Quando Lorenza Roiati dice che è “il clima generale” a preoccuparla, non si lamenta solo di chi appende striscioni nella notte. Dice qualcosa di più profondo: che oggi essere antifascisti significa essere isolati, segnati come “provocatori”, schedati dalle forze dell’ordine, mentre chi inneggia al fascismo agisce spesso indisturbato. Non si tratta di episodi isolati. Sono sintomi.

Anche gli insulti a Liliana Segre, che pure si abbattono da utenti che non si riconoscono esplicitamente nella destra meloniana, confermano la stessa dinamica. È l’idea stessa di democrazia che viene rifiutata: il rispetto delle persone, la tolleranza delle opinioni altrui, il valore della memoria storica, il riconoscimento della dignità umana.
Il fastidio contro Segre non nasce soltanto da un’opposizione politica, ma dall’antisemitismo crescente e da un disprezzo di fondo per tutto ciò che rappresenta: la fatica della democrazia, la memoria della resistenza contro l’oppressione, la complessità della libertà.
Chi oggi si nasconde dietro l’alibi del “governo brutto e cattivo” dimentica un fatto elementare: questo governo è stato eletto. Eletto da milioni di cittadini che non ignoravano il passato e le idee di chi stavano votando.
Che hanno accettato – o persino cercato – una visione della società meno libera, meno plurale, più autoritaria. L’Italia non sta scivolando per caso in un clima irrespirabile: ci sta entrando a passo lento ma convinto, con l’approvazione più o meno consapevole di una parte consistente dei suoi cittadini.
Deplorare i governanti senza interrogarsi sulla società che li ha scelti è un esercizio comodo, ma sterile. La verità è più amara: nessun leader autoritario nasce da solo. Ha bisogno di una folla che gli apra la strada, di silenzi che lo proteggano, di complicità che lo normalizzino.
Se oggi l’Italia respira un’aria più pesante, è perché ha deciso di abbassare la testa. Non basta aspettare che cambi il vento. Tocca rialzarsi. Tocca scegliere.



