Papa Francesco è morto alle 7:35 del 21 aprile. In meno di ventiquattr’ore il Consiglio dei ministri ha decretato cinque giorni di lutto nazionale, un tempo mai concesso a nessun altro pontefice e sufficiente a inglobare il 25 aprile, Festa della Liberazione. Nel frattempo – fra dirette no-stop, tweet luttuosi di politici che fino a ieri lo accusavano di «fare politica con i migranti» e servizi tv che chiedono ai passanti «che cosa prova?» – il cordoglio si è trasformato in un reality globale. Un esercizio di pornografia del dolore, appunto, che dice più di noi che del Papa.
Dal disprezzo al cordoglio
Nel 2016 Matteo Salvini bollava le parole di Bergoglio sui migranti come «affare da quattro miliardi per le solite coop», accusandolo di irresponsabilità. Oggi, da vice-premier, il leader leghista si limita a un laconico: «Papa Francesco ha raggiunto la Casa del Padre», corredato da un’icona di preghiera.
Stessa metamorfosi per Giorgia Meloni, che negli anni dell’opposizione definiva «utopiche» le aperture pontificie sull’accoglienza; ora, da Palazzo Chigi, lo saluta come «guida carismatica, papa degli ultimi» con la voce rotta dal pianto al Tg1. Il cortocircuito è evidente: chi aveva eretto muri verbali contro Bergoglio ne sfrutta oggi la salma per un selfie morale.
Cinque giorni di lutto (e un 25 aprile “sobrio”)
Il decreto approvato il 22 aprile va oltre il precedente di Giovanni Paolo II (tre giorni nel 2005) e, di fatto, copre il 25 aprile. Il ministro Musumeci invita a celebrare la Liberazione «con la sobrietà che la circostanza impone» – un invito che suona come un declassamento simbolico della festa civile per eccellenza. Anpi e opposizioni parlano di «strumentalizzazione teocratica» e invitano a «non abbassare le bandiere della Resistenza».
Il messaggio politico è chiaro: l’identità nazionale passa ora attraverso un lutto religioso guidato dal governo di destra, più che attraverso la memoria antifascista. Al netto dell’abolizione de facto dello Stato laico.

Telecamere a ciclo continuo
RaiNews, Sky TG24 e i canali all-news hanno aperto maratone senza interruzione: 48 ore di copertura continua, dalla traslazione della salma alle immagini dei pellegrini, con il palinsesto ordinario sospeso. Un video virale dal Tg1 – l’inviata che domanda «Che cosa prova per la morte del Papa?» a una signora non credente – è la cartolina perfetta della compulsione emozionale che scambia l’intervista per confessionale.
Il cordoglio come format
Un conteggio rapido su Google News restituisce oltre 9 mila articoli in 36 ore: uno «tsunami di contenuti» che trasforma il lutto in prodotto da consumo istantaneo. La morte diventa per i media ciò che per i social è un hashtag: un acceleratore di visibilità, share, click. E più il racconto si fa lacrimoso, meno spazio rimane per l’analisi del pontificato o per la domanda cruciale su chi sarà il prossimo Papa.
Un lutto calibrato al millimetro
Per la prima volta dal Settecento si muore in pieno Giubileo: la macchina organizzativa gestirà 170 delegazioni, lo stop al campionato di Serie A e un budget di cinque milioni stanziato d’urgenza dal governo. Tutto, tranne un confronto pubblico sul senso di prolungare il lutto sino alla Liberazione. Anche questo contribuisce alla pornografia: il dolore pianificato diventa cornice ideale per le passerelle istituzionali e per la gara a chi esibisce la lacrima più grossa.
Ricordare Bergoglio o venderlo?
Il Papa che chiedeva una «Chiesa povera per i poveri» e denunciava «la globalizzazione dell’indifferenza» rischia di svanire dietro al merchandising del cordoglio: sciarpe commemorative, candele, speciali tv sponsorizzati. Perfino i poveri, suo tema costante, spariscono dall’inquadratura a favore di delegazioni VIP. Il paradosso è compiuto: l’ultimo abbraccio al «Papa degli ultimi» esclude i suoi ultimi dallo schermo.
Il palinsesto delle lacrime da coccodrillo
La morte di un pontefice merita rispetto, riflessione, silenzio. L’Italia ufficiale ha scelto invece l’overdose emozionale: cinque giorni di bandiere a mezz’asta, talk show lacrimogeni, politici convertiti in extremis. Il rischio non è solo l’ipocrisia, ma l’anestesia: se il dolore diventa spettacolo, smette di farci interrogare sulle ragioni di chi lo suscita.
Papa Francesco avrebbe gradito? Evidentemente no. Ma l’Italia dei like – e dei calcoli elettorali – si è già attrezzata per l’evento mediatico dell’anno. Così, mentre la folla scatta selfie davanti alla bara e la Liberazione diventa una nota a piè di pagina, l’unica vera domanda resta: chi trarrà profitto dall’ultima lezione di Bergoglio, ormai trasformata in palinsesto?



