Gli attivisti lo dicono senza giri di parole: aggiungere zucchero ai cereali destinati ai bambini africani significa “mettere a rischio la loro salute per profitto”. Nestlé respinge le accuse e sostiene che senza un gusto sufficientemente dolce molti bambini non mangerebbero abbastanza, con il rischio di aggravare la malnutrizione. Nel mezzo, come sempre, restano le famiglie. E soprattutto i bambini.
A riaccendere il dibattito è stata l’organizzazione svizzera Public Eye, che insieme ad attivisti in oltre venti Paesi africani ha acquistato 94 confezioni di Cerelac, la linea di cereali per bambini dai sei mesi in su.
I campioni sono stati analizzati in laboratorio e il risultato è stato netto: più del 90% dei prodotti conteneva zuccheri aggiunti, con una media di 6 grammi a porzione. In diversi Paesi – Egitto, Madagascar, Malawi, Nigeria, Sudafrica – una porzione arriva a 5 grammi di zucchero aggiunto; in Kenya si toccano i 7,5 grammi.
Non si tratta di quantità marginali, ma dell’equivalente di un cucchiaino colmo per ogni singolo pasto.
La parte più controversa è che molti prodotti privi di zuccheri aggiunti rintracciati in Africa non erano stati formulati per l’Africa. Erano versioni pensate per l’Europa, arrivate nel continente solo attraverso l’importazione. Ed è qui che gli attivisti parlano apertamente di doppi standard: stessi marchi, stessi bambini, ma ricette diverse a seconda della latitudine e del reddito.

Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità scoraggiano esplicitamente l’aggiunta di zuccheri o dolcificanti negli alimenti per bambini sotto i tre anni, per evitare rischi sia nutrizionali sia comportamentali, come l’instaurarsi precoce di una preferenza marcata per i cibi dolci.
È una raccomandazione che pesa ancora di più in un continente dove convivono malnutrizione cronica e un aumento rapido dell’obesità infantile, con tutte le malattie non trasmissibili che ne derivano.
Nestlé, però, respinge le accuse e definisce l’indagine “fuorviante”.
Sostiene che alcuni zuccheri identificati siano naturali, derivati da latte, cereali o frutta, e che le ricette rispettino pienamente le normative nazionali. Secondo l’azienda, la sfida principale in Africa non è il sovrappeso ma la malnutrizione, e un gusto più dolce aiuterebbe i bambini nella transizione verso i cibi solidi.
L’azienda richiama anche il tema dei micronutrienti: i cereali fortificati, afferma, sono uno strumento essenziale per contrastare carenze diffuse, come quella di ferro.
Le organizzazioni della società civile non sono convinte. Diciannove gruppi africani hanno scritto all’azienda ricordando che nei mercati più ricchi Nestlé vende prodotti senza zuccheri aggiunti. “Sapete come fare le cose in modo diverso, ma scegliete deliberatamente di non farlo qui”, affermano, parlando di una “catastrofe sanitaria prevenibile” e di malattie legate alla dieta che si stanno diffondendo con velocità crescente nel continente.
Nestlé ricorda di aver già introdotto in India molte varianti senza zuccheri aggiunti e assicura che il processo verrà accelerato anche nei Paesi africani. Ma per gli attivisti la risposta è tardiva, sproporzionata rispetto alle dimensioni del problema e, soprattutto, non affronta la questione centrale: perché offrire ai bambini africani prodotti diversi da quelli venduti altrove, se esiste già un’alternativa più sana?
In un continente dove i sistemi sanitari sono fragili e sovraccarichi, la domanda pesa come un macigno. E resta lì, insieme a quei cucchiaini di zucchero, in attesa di una risposta che non sia solo una giustificazione commerciale.



