Il governo indonesiano ha deciso di sospendere quattro concessioni minerarie per l’estrazione di nichel a Raja Ampat, uno degli ecosistemi marini più ricchi e fragili del pianeta. È una decisione che ha il sapore della vittoria per ambientalisti e comunità locali, ma che al tempo stesso lascia aperti molti interrogativi sul futuro di quella regione straordinaria, sempre più al centro della contesa tra protezione ambientale e ambizioni economico-industriali.
Raja Ampat, arcipelago indonesiano affacciato sull’Oceano Pacifico, ospita il 75% delle specie di corallo del mondo e più di 1.600 specie di pesci. È un Geoparco Globale riconosciuto dall’UNESCO, frequentato da subacquei e appassionati di natura, ma anche sorvegliato speciale delle organizzazioni ambientaliste internazionali, che da anni denunciano il rischio di un’espansione mineraria capace di distruggere equilibri ecologici millenari in pochi anni.
Secondo quanto comunicato dal ministro dell’Energia Bahlil Lahadalia, le concessioni sospese non avevano ancora avviato l’attività, ma già risultavano inadempienti e accusate di violazioni ambientali, a seguito di un’indagine condotta dal Ministero dell’Ambiente. Nessuna delle aziende aveva ottenuto approvazione per il piano di lavoro o i bilanci di spesa, ma alcune avevano già provocato deforestazione e modifiche irreversibili al paesaggio costiero. La pressione pubblica si era fatta intensa dopo una protesta pacifica organizzata da Greenpeace Indonesia e attivisti papuani durante una conferenza sull’estrazione di minerali critici a Giacarta.
Nonostante l’annuncio del governo, resta operativa una quinta miniera: quella della società statale Gag Nikel, attiva sull’isola omonima, fuori dai confini del Geoparco UNESCO ma comunque a poche decine di chilometri dalle zone marine protette. La concessione, di circa 130 chilometri quadrati, ha prodotto oltre tre milioni di tonnellate di nichel nel 2024 e continuerà a farlo nei prossimi anni. Secondo le autorità, l’area sarebbe tecnicamente fuori dalla giurisdizione ambientale più restrittiva, ma la sua vicinanza e l’impatto potenziale sollevano dubbi sulla coerenza dell’intervento. Il governo ha assicurato un monitoraggio diretto del sito da parte di più ministeri, ma resta il sospetto che Gag Nikel sia rimasta in piedi per via della sua natura pubblica e del suo ruolo strategico nella filiera nazionale del nichel.

L’Indonesia possiede le maggiori riserve di nichel del mondo e negli ultimi anni ha conosciuto una vera e propria esplosione del settore: da due a 27 fonderie in meno di un decennio, con decine di nuovi impianti in costruzione. Un boom alimentato dalla corsa globale alle batterie per veicoli elettrici e ai materiali per la transizione energetica. Il paradosso è tutto qui: un metallo diventato simbolo dell’energia “verde” potrebbe contribuire alla distruzione di uno degli ultimi paradisi naturali del pianeta.
Greenpeace ha accolto la sospensione come un segnale positivo, ma ha ribadito che il vero problema è più ampio: molte delle isole coinvolte, comprese Gag, Kawe e Manuran, sono classificate dalla legge indonesiana come “piccole isole”, e per questo dovrebbero essere escluse da qualsiasi attività estrattiva. Il rischio maggiore non è solo il disboscamento, ma l’erosione del suolo e la sedimentazione nei fondali, un danno invisibile e progressivo per le barriere coralline. Secondo l’organizzazione, oltre 500 ettari sono già stati compromessi.
La decisione del governo, per quanto importante, non è definitiva né irreversibile. Non si tratta di una messa al bando totale delle attività minerarie, ma di una sospensione condizionata, revocabile, e legata a irregolarità formali. Nulla vieta che nuove concessioni vengano riattivate, magari da soggetti differenti, o che i progetti vengano rimodulati per aggirare i vincoli. Il confine tra tutela ambientale e interesse minerario resta labile, specialmente in un Paese che punta a dominare il mercato globale di una risorsa strategica.
Per ora, Raja Ampat è salva. Ma lo è grazie a un equilibrio fragile, che dipende dalla pressione dell’opinione pubblica, dalla tenuta delle normative ambientali e dalla coerenza di un governo che si trova stretto tra la necessità di proteggere il patrimonio naturale e la tentazione di sfruttarlo per ragioni economiche. Come spesso accade nella transizione ecologica, non basta avere buone intenzioni. Serve sapere da che parte stare, anche quando la scelta non è popolare.


