Una ricerca sul tema dell’abitare nei quartieri di Milano di San Siro e Stadera, vincitrice del premio “Bando Disuguaglianze” lanciato dalla Fondazione Cariplo, è stata presentata nei giorni scorsi.
La ricerca si è sviluppata attraverso più di cento interviste svolte in due quartieri popolari ad alta densità di case popolari Di Milano: Stadera e San Siro.
Da questa ricerca, a detta del gruppo di lavoro composto da ricercatori dell’Università Commerciale Luigi Bocconi, in partnership con il Politecnico di Milano, deriva e consente una mappatura delle tipologie di inquilini che abitano le oltre 70 mila unità abitative ad oggi presenti a Milano.
Secondo la ricerca nelle case popolari milanesi vi sono due tipologie di assegnatari, quelli storici e quelli nuovi.
L’identikit degli assegnatari storici è quello di: a) persone italiane nell’80% dei casi, perlopiù pensionati, il 46 per cento; b) che vivono soli, sono il 40 per cento dei casi. Le condizioni economiche sono tipicamente di poveri con redditi da povertà assoluta o poco più, il reddito medio per coloro soli è di circa 12 mila euro annui.
I nuovi inquilini sono stranieri, con una età da giovani e che vivono in nuclei familiari numerosi. La ricerca afferma che circa il 50 per cento di questi, vive in famiglie di 4 o più componenti.
Questi nuovi inquilini di case popolari sono maggiormente esposti a rischi di povertà, tenuto conto che la ricerca afferma che il reddito medio è di circa 3.200 euro pro capite tra le famiglie di 4 o più componenti.

Resta, da parte della ricerca, la constatazione che seppur in presenza di un turn over che oggi caratterizza le case popolari milanesi, questo non riesce se non in minima parte a rispondere al fabbisogno crescente di domanda di case popolari a canone sociale, tenuto conto della precarietà abitativa che caratterizza Milano che vede circa 20.000 richieste di case popolari e che solo il 4% delle famiglie in graduatoria può sperare in una assegnazione nel corso di un anno.
Resta la constatazione di una evidente frattura generazionale tra gli assegnatari di case popolari a Milano, del resto evidenziata in tutta Italia, con le stesse caratteristiche anche se ovviamente nelle grandi città i numeri sono maggiori.
La ricerca è stata l’occasione per Cariplo per illustrare i suoi programmi e iniziative di social housing sostenuti finora da 80 milioni di euro di investimenti e circa 6.000 alloggi, c’è da dire che questa tipologia può rappresentare una occasione, se i valori di affitto sono tra i 5 e 6 euro mq, ma anche tali valori non possono rispondere che ad una parzialità della domanda in disagio abitativo.
Infatti la tipologia di social housing proposta da Cariplo è preclusa ai soggetti che oggi sono nelle case popolari e con i redditi sopra richiamati e indicati dalla stessa ricerca, ma anche a chi è in precarietà abitativa che si trova nelle graduatorie comunali o preda di lavoro povero (ovvero che pur lavorando restano poveri) o alle famiglie con redditi da povertà assoluta, per non parlare da coloro sfrattati per morosità.
Il tema è caldo visto che persino il Governo pensa ad un Piano casa ma connotato più per soggetti solvibili e con un apporto di privati che certo una qualche forma di redditività si attendono e non sono certo propensi a stabilire canoni sociali, semmai il punto di riferimento è il social housing alla Cariplo o alla Cassa depositi e prestiti, che pur con uno stanziamento di due miliardi di euro, da parte di quest’ultima, non sembra che i risultati siano stati soddisfacenti.
Quello dalla quale dobbiamo allontanarci è da un tentativo, che in Italia appare sempre meno strisciante: il passare dall’innamoramento nei confronti delle case popolari a quello per un intervento social ma di fatto gestito da privati, e da queste parti di mecenati ne vedo pochi.
Abbiamo bisogno in Italia di politiche abitative e per l’abitare, che volutamente scrivo al plurale. So bene che i segmenti del disagio abitativo sono molteplici: dalle famiglie in povertà assoluta, agli sfrattati dal caro affitto, dagli studenti fuorisede ai lavoratori in mobilità, fino a coloro che pur lavorando con stipendi medio bassi si vedono precludere l’accesso al mercato dell’affitto o da quello della compravendita per le astruse richieste degli istituti di credito per accedere ai mutui.
Questo significa che abbiamo bisogno di politiche plurali e che tengano conto del fabbisogno vero, della sua consistenza e articolazione, sulla base di questa attivare azioni programmatiche sia per chi è in cerca di una casa sia per chi, per esempio è dentro una casa pubblica e vive in essa forme pesanti di degrado e con scarso efficentamento energetico per non parlare di servizi e trasporto pubblico.
Abbiamo possibilità enormi perché nelle città assistiamo allo sperpero di milioni di metri cubi di immobili, pubblici e privati, lasciati vuoti a degradare.
Immobili da riportare all’utilizzo, abitativo, sociale, culturale, sanitario, basterebbe anche solo partire dal riaffermare il concetto che l’edilizia residenziale sociale pubblica nelle sue articolazioni può essere strumento per una idea di città inclusiva e intervento strutturale sociale strategico.
Per ora è una suggestione. Ma perché non provarci?



