Usa: +183% licenziamenti “per l’IA”. Ma non è vero

Negli Stati Uniti, ottobre 2025 è stato un mese che ha segnato una linea di frattura. Più di 150 mila persone hanno perso il lavoro in trenta giorni, e da inizio anno i tagli superano ormai il milione. È il numero più alto degli ultimi vent’anni.

Lo si è definito un “ottobre nero”, ma la vera ombra che attraversa quei dati non è la crisi di un settore o un improvviso crollo dell’economia: è la normalizzazione di una nuova retorica. I licenziamenti non si chiamano più “ristrutturazioni” o “razionalizzazioni”, adesso si chiamano “adozione dell’intelligenza artificiale”.

L’agenzia Challenger, Gray & Christmas, che monitora l’andamento dell’occupazione americana, spiega che l’IA è ormai citata come una delle cause principali di migliaia di tagli. Le aziende la usano come cornice giustificativa, la stessa che una volta si riservava alle recessioni o alle crisi energetiche. “Non è colpa nostra, è il futuro che avanza”, sembra dire ogni comunicato.

Ma la verità è più opaca: il futuro non avanza da solo, lo fanno avanzare manager e investitori che hanno scoperto che la parola “intelligenza artificiale” permette di fare ciò che in altri tempi sarebbe sembrato brutale — ridurre il personale — e farlo sembrare innovazione.

I settori più colpiti, non a caso, sono quelli dove l’automazione è più facile da raccontare: la tecnologia, la logistica, il commercio al dettaglio. Proprio là dove la promessa della modernità digitale aveva aperto orizzonti di nuovi mestieri, si chiudono oggi migliaia di contratti.

Le aziende parlano di “ottimizzazione” e “ridefinizione delle competenze”, ma dietro la lingua neutra dei comunicati si nasconde un fatto antico: tagliare persone fa salire il titolo in Borsa. Non perché si produca di più, ma perché il mercato legge i licenziamenti come segnale di disciplina. È il capitalismo che applaude a se stesso mentre brucia capitale umano.

C’è un paradosso evidente. Le stesse imprese che annunciano con orgoglio l’ingresso dell’IA nei processi produttivi dimenticano di dire che la sua implementazione costa, richiede formazione, infrastrutture e tempo. Nel frattempo il lavoro licenziato non scompare: viene spalmato su chi resta o esternalizzato a consulenti e piattaforme.

L’efficienza di cui si parla è quindi soprattutto narrativa: un risparmio scritto nei bilanci futuri, non ancora realizzato nella realtà. È un gesto simbolico, un modo per dimostrare ai mercati che si sa essere “agili”, “moderni”, “spietati quando serve”.

Il capitalismo del 2025, quello che si proclama tecnologico, non licenzia più per fallimento, ma per coerenza ideologica. Non perché manchino i profitti, ma perché l’automazione è diventata un fine in sé, un valore morale. Essere “efficienti” significa ora ridurre l’imprevedibilità umana, eliminare la lentezza, sostituire le relazioni con procedure. Ma in questo processo non si guadagna efficienza: si perde senso.

L’intelligenza artificiale non è la causa dei licenziamenti, è il linguaggio che li rende accettabili. È lo schermo dietro cui si nasconde la stessa logica di sempre: trasferire il rischio dal capitale alle persone. Quando un’azienda annuncia migliaia di tagli “per colpa dell’IA”, in realtà sta dicendo che la macchina serve a rendere invisibile chi lavora. Non è una rivoluzione tecnologica, è un’evoluzione semantica del potere.

E così ottobre 2025 diventa un simbolo: non il mese in cui l’IA ha “preso il posto” dell’uomo, ma quello in cui il management ha capito che può far credere di farlo. È un passaggio culturale più che economico. Non è la tecnologia che decide chi resta e chi va: è la mano di chi la usa, e la narrazione che la accompagna. In fondo, se i licenziamenti sono davvero inevitabili, allora non servono più dirigenti, servono solo algoritmi. Ma quelli, per ora, non firmano comunicati stampa.