Meta non ama le critiche, e fin qui nulla di nuovo. Ma questa volta il tentativo di mettere a tacere una voce scomoda ha il sapore dell’intimidazione pura. Il libro Careless People di Sarah Wynn-Williams, ex direttrice delle politiche pubbliche globali di Facebook, doveva essere una pubblicazione dirompente, e Meta lo ha capito prima ancora dei lettori.
La società di Mark Zuckerberg ha ottenuto in tutta fretta una sentenza che impedisce all’autrice di promuovere o distribuire il libro, appellandosi a una clausola di non denigrazione contenuta nel suo accordo di buonuscita. Una mossa che, lungi dallo spegnere la polemica, sta facendo il contrario: aumentare l’interesse attorno a un racconto che già si preannuncia esplosivo.
Nel libro, Wynn-Williams descrive una Meta tossica e spietata, una realtà in cui le donne vengono marginalizzate e la scalata al potere è riservata ai più spregiudicati. Lei stessa racconta di essere stata licenziata dopo aver denunciato per molestie sessuali il suo supervisore, Joel Kaplan, uno dei principali uomini di fiducia di Zuckerberg.
Meta nega ogni accusa e sostiene che la ex dirigente sia stata allontanata per scarse prestazioni. Ma la storia di Wynn-Williams si inserisce in un filone già noto: quello delle battaglie interne a Facebook che l’azienda ha sempre cercato di lavare in casa, lontano dagli occhi del pubblico.
Tuttavia è difficile che la sentenza contro Wynn-Williams rimanga in vigore. Esiste un precedente del 2023 quando il National Labor Relations Board “ha stabilito che è generalmente illegale per le aziende offrire accordi di buonuscita che impediscano ai lavoratori di rilasciare dichiarazioni potenzialmente denigratorie sui precedenti datori di lavoro, tra cui discutere di molestie sessuali o accuse di aggressione sessuale”.
Le altre volte in cui Meta ha provato a insabbiare le proprie colpe
Il libro di Wynn-Williams non è il primo a raccontare la cultura malata di Meta, e soprattutto non è la prima volta che la compagnia tenta di soffocare le rivelazioni dei suoi ex dipendenti. Chi può dimenticare Frances Haugen, l’informatrice che nel 2021 ha reso pubblici i cosiddetti Facebook Papers, documenti interni che dimostravano come l’azienda fosse perfettamente consapevole dei danni causati dai suoi algoritmi, in particolare sugli adolescenti?

Haugen rivelò che Facebook aveva dati interni che mostravano come Instagram danneggiasse la salute mentale delle ragazze, aumentando il rischio di disturbi alimentari e depressione. La risposta di Meta? Minimizzare e screditare l’informatrice, suggerendo che le sue affermazioni fossero esagerate e fuori contesto.
Un altro caso emblematico è stato quello di Sophie Zhang, ex data scientist di Facebook, che nel 2020 ha accusato la compagnia di chiudere un occhio sulle operazioni di manipolazione politica condotte attraverso la piattaforma.
Secondo Zhang, Facebook sapeva che governi autoritari stavano usando il social per manipolare l’opinione pubblica con account falsi, ma preferiva ignorare il problema per non perdere posizioni di mercato. Anche in questo caso, l’azienda si affrettò a sminuire la denuncia e a far calare il silenzio.
La libertà di parola secondo Zuckerberg
Meta si presenta da sempre come paladina della libertà di espressione, eppure non ha problemi a censurare quando si tratta di proteggere se stessa. Il libro Careless People racconta un episodio particolarmente significativo: il tentativo di Facebook di negoziare l’accesso al mercato cinese arrivando a chiudere l’account del miliardario dissidente Guo Wengui, noto per le sue critiche al Partito Comunista Cinese. Una mossa che getta un’ombra sulla sincerità dell’impegno di Meta per la libertà di parola.
Nel frattempo, la società continua a smantellare i sistemi di fact-checking con la scusa di favorire un dialogo aperto. Zuckerberg stesso ha dichiarato che la moderazione dei contenuti non è un obbligo legale per Meta, ma piuttosto un “valore culturale americano”. Tuttavia, mentre si sottrae alle responsabilità sui contenuti della piattaforma, non esita a usare il sistema giudiziario per mettere il bavaglio agli ex dipendenti scomodi.
Un messaggio agli informatori: state attenti
Questa vicenda non riguarda solo Sarah Wynn-Williams e il suo libro. Meta sta mandando un messaggio chiaro: chi parla rischia. Il National Labor Relations Board ha stabilito che impedire ai lavoratori di denunciare abusi attraverso accordi di riservatezza è illegale, ma Meta stava sfruttando il momento politico, confermato nel ritorno di Trump alla Casa Bianca, per rafforzare la sua impunità.
Il caso Wynn-Williams è solo l’ennesima dimostrazione che Meta continua a operare con un unico principio: il potere prima di tutto. E più potere ottiene, meno responsabilità si assume.



