Mense ospedaliere, irregolarità in oltre 4 strutture su 10

Ci sono notizie che colpiscono per quello che raccontano, e altre che inquietano per il luogo in cui accadono. Le irregolarità trovate dai Nas nelle mense ospedaliere appartengono alla seconda categoria. Perché qui non si parla di un ristorante qualunque o di una mensa aziendale trascurata.

Si parla del cibo destinato a pazienti, anziani, persone fragili, ricoverati che dovrebbero trovare nell’ospedale non solo cure, ma anche il minimo sindacale della sicurezza. E invece la campagna straordinaria dei Carabinieri per la tutela della salute, svolta tra il 19 febbraio e il 22 marzo 2026, ha restituito un quadro allarmante: 238 strutture non conformi su 558 controllate, pari al 42,7% del totale.

Il dato, da solo, basterebbe a giustificare allarme e indignazione. Significa che oltre quattro mense ospedaliere su dieci non rispettavano gli standard previsti. Non si tratta di un difetto marginale o di una svista burocratica.

Il comunicato ufficiale dei Nas parla di carenze igienico-sanitarie nei locali di preparazione e deposito, criticità strutturali e manutentive, inadeguata applicazione delle procedure HACCP e problemi nella gestione e conservazione degli alimenti, comprese le diete speciali destinate ai pazienti più vulnerabili. In altre parole: il cuore materiale dell’assistenza, quello che passa dal vassoio consegnato a un malato, mostrava falle gravi e diffuse.

In un ospedale il cibo non è un servizio accessorio. Fa parte della cura. La qualità della ristorazione ospedaliera non riguarda solo il comfort del ricovero, ma il rispetto elementare della persona malata. Un conto è mangiare male; un altro è mangiare in condizioni che possono compromettere la sicurezza alimentare o aggravare la vulnerabilità clinica di chi quel pasto lo riceve.

Per questo il quadro emerso dai controlli è più serio di quanto possa sembrare a una prima lettura: non racconta soltanto inefficienza, ma una forma di trascuratezza istituzionale in un ambito dove la trascuratezza non dovrebbe essere ammessa.

I casi citati dai Nas danno la misura del problema. A Taranto è stata interdetta la produzione di pasti per celiaci per l’assenza di spazi e attrezzature dedicate, oltre che per carenze igienico-strutturali. A Napoli e Brescia due mense ospedaliere sono state sospese immediatamente per gravi condizioni igieniche e infestazioni di insetti.

A Salerno sono stati rilevati enterobatteri e coliformi su vassoi destinati alla distribuzione dei pasti. A Catania è stato denunciato il responsabile della preparazione dei pasti e sono stati sequestrati circa 60 chili di alimenti in cattivo stato di conservazione. A Parma sono emerse diffuse carenze igienico-strutturali nei locali di deposito delle bevande. Non sono episodi folkloristici. Sono segnali di una criticità sistemica.

La gravità della vicenda sta anche nel fatto che non riguarda una sola area del Paese. I controlli hanno interessato strutture su tutto il territorio nazionale, e i casi più seri emergono dal Sud come dal Nord. Questo rende più difficile liquidare il problema come anomalia locale, responsabilità di qualche singolo gestore o effetto di una contingenza.

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Il dato del 42,7% suggerisce piuttosto che la ristorazione ospedaliera sia uno di quei comparti invisibili dello Stato in cui, lontano dai riflettori, si accumulano nel tempo tagli, appalti al ribasso, controlli insufficienti e una generale cultura del “basta che funzioni”. Finché poi si scopre che non funziona affatto.

Naturalmente non tutte le irregolarità hanno lo stesso peso. Ma è proprio questo a rendere il quadro inquietante: dentro quel 42,7% convivono omissioni formali, cattiva manutenzione, insufficiente tracciabilità, infestazioni, alimenti mal conservati, contaminazioni microbiologiche. E quando si passa da una generica “non conformità” alla presenza di insetti o batteri su materiali destinati ai pazienti, il margine tra inefficienza e rischio sanitario si assottiglia fino quasi a sparire.

I Nas, non a caso, hanno disposto sospensioni immediate, interdizioni di linee produttive, sequestri, sanzioni amministrative e denunce all’autorità giudiziaria. Sono misure che si adottano quando il problema non è cosmetico.

C’è poi un elemento che rende la vicenda ancora più amara. La nota ufficiale dei Nas sottolinea la “vulnerabilità dei soggetti destinatari del servizio”. È un’espressione burocratica, ma dice l’essenziale. I destinatari non sono clienti che possono alzarsi e andarsene o scegliere un altro locale. Sono pazienti.

Dipendono dalla struttura. Subiscono il servizio senza poterlo contrattare. In alcuni casi hanno esigenze nutrizionali specifiche, intolleranze, patologie che rendono il pasto parte integrante del percorso terapeutico. È precisamente questa asimmetria a rendere le irregolarità ancora più intollerabili.

Il punto, allora, non è soltanto sanzionare chi ha sbagliato. È capire perché un settore tanto delicato presenti un tasso di criticità così alto. Quanto pesa la logica degli appalti? Quanto pesa il criterio del massimo ribasso? Quanto pesa la frammentazione delle responsabilità tra aziende sanitarie, fornitori, subappalti e controlli? Finché queste domande resteranno sullo sfondo, il rischio è che l’indignazione duri un giorno e il problema resti intatto.

Perché il cibo ospedaliero, in Italia, tende a diventare notizia solo quando compare un insetto, un sequestro o una sospensione. Quasi mai quando si decide come quel servizio viene organizzato, assegnato e pagato.

La campagna dei Nas ha almeno il merito di aver riportato alla luce ciò che di solito resta nascosto: la qualità materiale di un pezzo di sanità pubblica. E il quadro che emerge è difficile da minimizzare. Se oltre quattro mense ospedaliere su dieci risultano irregolari, non siamo davanti a una somma di incidenti.

Siamo davanti a un problema strutturale. E in uno Stato serio un problema strutturale che riguarda il cibo servito ai malati dovrebbe provocare qualcosa di più di una nota stampa e qualche titolo scandalizzato. Dovrebbe imporre un’assunzione di responsabilità politica. Perché un sistema sanitario che non riesce a garantire nemmeno un pasto sicuro ai propri pazienti rivela una fragilità che va ben oltre la mensa.

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