In un’Italia dove si può tenere la madre morta in cantina, mummificata, per continuare a riscuoterne la pensione, non stupisce che anche la politica abbia imparato l’arte di non seppellire mai davvero niente. Né le rendite, né i feudi, né i simboli.
A Borgo Virgilio un uomo si traveste da mamma per fregare l’INPS; sul piano politico, destra e sinistra si travestono da “nuovo” per continuare a incassare la pensione dei vecchi schieramenti: il Veneto resta alla destra, Campania e Puglia al centrosinistra, mentre metà degli aventi diritto al voto resta a casa.
La sinistra oggi festeggia Fico e Decaro, ma lo fa sopra un corpo elettorale sempre più rigido, immobile, ibernato. Le regioni del Sud restano “nostre”, ma il rischio è che lo siano come la madre di Mantova: ufficialmente in vita, nella pratica assente.
Si continuano a incassare rendite di posizione su una partecipazione che non c’è più, una democrazia tenuta artificialmente in piedi perché non si ha il coraggio di guardare in faccia la morte politica di un certo modo di rappresentare il popolo.
La destra, dal canto suo, non è messa meglio: governa un Veneto dove l’astensione è ormai struttura sociale, non incidente meteorologico. Ma finché i numeri le consentono di rivendicare la vittoria, nessuno ha interesse ad ammettere che in realtà c’è un elettorato fantasma, un cimitero di schede che non arrivano mai all’urna. È la stessa logica del cadavere tenuto in casa: non dichiarare il decesso, così la rendita continua a scorrere.
Per la sinistra il paradosso è più crudele, perché si presenta come campo del “cambiamento” ma vive di circoscrizioni e territori che non ha più la forza di interrogare. Il Sud che vota ancora centrosinistra viene trattato come una vecchia parente di cui incassare la pensione politica, non come un soggetto vivo da ascoltare.
Nessuno chiede davvero perché si voti sempre meno, perché il lavoro, la casa, i servizi, la salute, la violenza di genere restino sullo sfondo. L’importante è che il flusso minimo di consensi non si interrompa.
Se c’è un filo che unisce il cadavere nascosto per la pensione e il voto regionale, sta tutto qui: il Paese che non seppellisce i propri morti, perché vive di rendita sul loro certificato di esistenza in vita.
La domanda per la sinistra, dopo queste regionali, non è “abbiamo vinto?”, ma più brutalmente: su chi stiamo ancora campando? Su un elettorato vivo o su una memoria mummificata? E quando decideremo di fare, finalmente, quello che nessuno vuole fare con la madre morta: certificare il decesso di un sistema politico e iniziare a pensare a come mettere al mondo qualcos’altro.


