L’Italia in nero vale il 10% del Pil e alimenta la povertà

C’è un modo semplice per capire perché l’economia non osservata non è una faccenda per addetti ai lavori, ma una questione che riguarda la povertà, la qualità dei servizi e la tenuta stessa del Paese. Basta spostare lo sguardo dal gesto individuale, dalla piccola furbizia, alla dimensione sistemica: quanta parte della ricchezza prodotta in Italia nasce e circola fuori dalle regole, e che cosa accade quando quella parte non contribuisce in modo ordinario a finanziare sanità, scuola, trasporti, previdenza, assistenza.

La risposta non è un dettaglio. Nel 2023, ultimo anno con dati completi, l’economia non osservata è stata stimata in oltre duecentodiciassette miliardi di euro. Rapportata al Pil, Prodotto interno lordo, vale poco più del dieci per cento. Tradotto: un pezzo molto grande del Paese lavora, vende, compra e produce in un’area grigia che non è un’eccezione, ma una componente strutturale.

C’è però un passaggio che cambia davvero la prospettiva e che spesso manca nel dibattito pubblico. Quando Istat, Istituto nazionale di statistica, scende dal livello nazionale a quello territoriale, la fotografia diventa una mappa della frattura italiana. Guardando al valore aggiunto, cioè alla ricchezza prodotta dai territori al netto dei consumi intermedi, l’economia non osservata nel 2023 pesa complessivamente l’11,3 per cento.

Ma quel numero medio nasconde un divario che somiglia a un gradiente sociale. Nel Mezzogiorno l’incidenza sale al 16,5 per cento, nel Centro resta sopra la media con l’11,8, mentre nel Nord scende sotto la media: 9,3 nel Nord-est e 8,9 nel Nord-ovest. Ancora più netto è lo scarto tra regioni, con un massimo che arriva al 19 per cento in Calabria e un minimo del 7,4 per cento nella Provincia autonoma di Bolzano.

Non è una classifica, e non è nemmeno una narrazione morale. È una diagnosi. Se in alcune aree l’economia non osservata pesa quasi un quinto della ricchezza prodotta, significa che lì si concentrano più spesso rapporti di lavoro fragili, filiere opache, imprese che competono comprimendo costi nel modo più rapido possibile, e una domanda di servizi pubblici che tende a essere più alta proprio perché i redditi sono più bassi e le reti private di protezione più deboli. In un Paese così, l’economia non osservata non è solo “meno tasse” o “meno regole”: è anche meno contributi, meno tutele, più precarietà, più insicurezza, più rinuncia.

La scomposizione del fenomeno, quando la si legge senza pregiudizi, è persino più rivelatrice. La parte più rilevante non è quella che fa notizia nei racconti di colore. Nel 2023 il cuore dell’economia non osservata, in termini di incidenza sul valore aggiunto, è stato il valore occultato attraverso la sotto-dichiarazione dei risultati economici delle imprese, che pesa per il sei per cento.

Subito dopo viene l’impiego di lavoro irregolare, che vale il quattro per cento. Tutto il resto, comprendendo economia illegale, mance e fitti in nero, incide complessivamente per l’1,7 per cento. Questo significa una cosa molto precisa: il problema non è soprattutto il contante occasionale o il piccolo scambio informale, ma la capacità strutturale di spostare reddito e lavoro fuori dal radar, dove il vantaggio competitivo non deriva da innovazione e produttività, ma dalla riduzione dei costi ottenuta aggirando regole, contratti e contribuzione.

Qui la parola che conta è lavoro. Nel 2023 le unità di lavoro irregolari stimate da Istat superano i tre milioni equivalenti a tempo pieno e il tasso di irregolarità risale al 12,7 per cento. Non è solo una misura statistica: è la descrizione di un mercato in cui una quota ampia di persone produce reddito senza costruire protezione.

Chi lavora fuori regola accumula meno contributi, quindi meno pensione futura; ha meno garanzie contro infortuni e malattie; è più ricattabile e tende a subire salari più bassi e orari più lunghi; ha più difficoltà a far valere diritti minimi. Questa vulnerabilità non resta confinata alla sfera privata: diventa costo pubblico, perché quando la fragilità si trasforma in bisogno, la domanda di welfare aumenta mentre le entrate contributive e fiscali che dovrebbero sostenerlo diminuiscono.

È così che l’economia non osservata diventa un moltiplicatore di povertà. Non perché chi lavora nel sommerso sia “colpevole” o “furbo”, né perché chi sotto-dichiara sia sempre un grande evasore. Il punto è l’effetto complessivo. Se una parte consistente del valore aggiunto viene occultata e una parte rilevante del lavoro resta irregolare, lo Stato ha meno capacità di finanziare servizi universali e tende a compensare in due modi entrambi regressivi.

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O riduce la qualità e l’accessibilità dei servizi, quindi chi non può permettersi alternative private paga il prezzo più alto. Oppure aumenta il peso fiscale e tariffario dove è più facile riscuotere, cioè su basi tracciabili come lavoro dipendente e consumi, colpendo ancora una volta chi ha meno margine per difendersi. La coperta si accorcia sempre nello stesso punto.

La mappa territoriale rende questa dinamica ancora più dura. Nel Mezzogiorno, dove l’economia non osservata pesa di più, la domanda di protezione sociale è tipicamente più alta e l’offerta di opportunità regolari spesso più bassa. Ciò significa che il sommerso funziona, in parte, come ammortizzatore di breve periodo, ma al prezzo di una fragilità di lungo periodo. Si sopravvive oggi trasferendo il rischio a domani.

E domani, quando arriva, si manifesta sotto forma di povertà persistente, di giovani che non riescono a costruire un futuro stabile, di famiglie che restano esposte a qualunque shock, di servizi pubblici più deboli che peggiorano anche la capacità di attrarre investimenti e creare lavoro regolare. In questo senso, il divario tra Calabria e Bolzano non descrive soltanto due economie diverse: descrive due velocità di cittadinanza sociale.

Il punto più importante, però, è che l’economia non osservata distorce anche la concorrenza e dunque la qualità del lavoro “regolare”. Se una parte delle imprese può competere comprimendo il costo del lavoro attraverso irregolarità e sotto-dichiarazione, il mercato premia chi aggira le regole e penalizza chi investe in qualità, formazione, sicurezza e innovazione.

Ne derivano due conseguenze che colpiscono anche chi è dentro la legalità. La prima è la pressione verso il basso su salari e contratti, perché la concorrenza sleale diventa un parametro implicito. La seconda è la stagnazione della produttività: se la scorciatoia è più conveniente dell’investimento, l’economia resta bloccata in settori e modelli a basso valore aggiunto, che generano redditi bassi e quindi alimentano nuove sacche di povertà.

Per questo l’economia non osservata non può essere raccontata solo come questione di controlli. I controlli contano, e i dati mostrano che lo Stato può migliorare risultati e recuperi. Ma il fenomeno, per dimensione e distribuzione, è anche un prodotto di struttura: dei settori dove è facile occultare fatturato, delle filiere dove il subappalto e la frammentazione rendono difficile la tracciabilità, dei territori dove la domanda di lavoro è così debole che l’irregolarità diventa un ricatto quotidiano, e di un sistema di servizi che, quando è fragile, rende ancora più conveniente la scorciatoia perché non offre alternative credibili.

Ridurre davvero l’economia non osservata significa agire sul cuore del meccanismo: rendere più costoso e rischioso occultare valore aggiunto, rendere meno conveniente scaricare il rischio sul lavoro, e rendere più praticabile per imprese e lavoratori stare dentro le regole senza perdere la possibilità di vivere.

Il 2023 ci consegna quindi un messaggio che vale più di qualunque indignazione rituale. L’economia non osservata non è solo un problema di legalità: è un problema di coesione nazionale. Quando in alcune aree arriva a pesare un sesto, o quasi un quinto, della ricchezza prodotta, non siamo davanti a un’anomalia da correggere con slogan. Siamo davanti a un circuito che intreccia lavoro fragile, sotto-dichiarazione, minore gettito e servizi più deboli, e che quindi spinge la povertà a diventare più stabile e più territoriale.

L’Italia continuerà a discutere di povertà come se fosse un capitolo separato dall’economia finché non accetterà questa evidenza: una parte della povertà non nasce soltanto dalla mancanza di crescita, ma dalla qualità con cui si produce e si distribuisce la crescita. E i numeri dell’economia non osservata, soprattutto quando si guardano sulla mappa, raccontano esattamente dove quella qualità si rompe.

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