Lavoro domestico, un welfare da 13,4 miliardi di euro

In Italia il lavoro domestico non è un “settore minore”: è una delle colonne portanti — silenziose — dell’assistenza quotidiana a famiglie e anziani. Lo conferma il 7° Rapporto Annuale sul Lavoro Domestico – analisi, statistiche, trend nazionali e locali 2025, realizzato dall’Osservatorio DOMINA sul Lavoro Domestico con la collaborazione scientifica della Fondazione Leone Moressa.

Il punto è che questa colonna regge su un paradosso: è enorme per dimensioni economiche e sociali, ma resta strutturalmente fragile perché quasi un rapporto su due è irregolare (48,8%). E mentre la domanda di cura cresce, la parte emersa arretra.

Un mercato gigantesco, ma sempre più scoperto

La spesa complessiva delle famiglie per colf e badanti — sommando lavoro regolare e sommerso — arriva a 13,4 miliardi di euro. Dentro questa cifra convivono due Italie: quella che riesce a regolarizzare e quella che, per necessità o convenienza, resta nel nero.

Guardando alla componente regolare, nel 2024 si contano 902 mila famiglie datrici e 817 mila lavoratori regolarmente registrati. Ma se si include la parte irregolare, il perimetro reale del fenomeno supera 3,3 milioni di persone coinvolte. È la dimensione di un pezzo di welfare che esiste, funziona, ma non viene governato come tale.

Il dato più netto del 2024 è la contrazione della parte emersa: le famiglie datrici scendono di 16 mila unità (-1,7%) e i lavoratori regolari calano del 2,7%. Non è un dettaglio statistico: significa meno tutele per chi lavora e più rischio (anche legale) per chi assume.

Chi assume: un’Italia anziana, concentrata e femminile

Il profilo dei datori descrive senza filtri il Paese. Nel 2024, il 37,9% delle famiglie datrici ha almeno 80 anni. La richiesta di assistenza non è un’opzione: è spesso l’unica alternativa concreta alla carenza di servizi pubblici e alla difficoltà di reggere, da soli, non autosufficienza e fragilità.

La domanda è anche geograficamente concentrata: in testa Lombardia (170 mila famiglie) e Lazio (152 mila). E tra i datori prevalgono le donne (58%), segno che la gestione della cura — anche quando viene esternalizzata — continua a pesare in modo sproporzionato sulle figure femminili.

Chi lavora: badanti in sorpasso, età che sale, stranieri ancora centrali

Il lavoro domestico resta un settore fortemente femminilizzato: quasi 9 lavoratori su 10 sono donne. La componente straniera è ancora maggioritaria (circa 70%), ma cresce la quota italiana: nel 2024 supera un terzo del totale. È un segnale che va letto insieme ad altri due dati: l’età media aumenta e la cura diventa sempre più il cuore del settore.

Nel 2024 avviene infatti il sorpasso strutturale: le badanti diventano la componente principale, arrivando al 50,5% (erano il 42,7% nel 2015). È la fotografia di un’Italia che ha bisogno più di assistenza continuativa che di aiuto domestico generico. Anche l’età lo conferma: oltre il 60% degli addetti ha almeno 50 anni e la fascia più numerosa è quella 50–59 (35,7%). Un settore che invecchia mentre dovrebbe espandersi è un settore che rischia di non reggere.

Quanto vale per il Paese e quanto incide sul Pil

C’è un dato che dovrebbe chiudere molte discussioni: il lavoro domestico genera 17,1 miliardi di valore aggiunto, pari allo 0,9% del PIL. Non è marginale. E non è solo “economia”: è tenuta sociale.

Il punto più politico è un altro: il welfare domestico sostituisce pezzi di welfare pubblico. La stima è che l’impiego di colf e badanti abbia evitato allo Stato un costo superiore a 6 miliardi di euro in un anno, perché ha compensato l’assenza (o insufficienza) di servizi strutturati per oltre 800 mila anziani non autosufficienti. In altre parole: una parte di spesa privata delle famiglie funziona come ammortizzatore del bilancio pubblico.

Sulla parte regolare, contributi e imposte generano oltre 1,3 miliardi; se emergesse la componente sommersa, il gettito potrebbe arrivare vicino a 2,5 miliardi. Qui il nero non è solo una questione morale: è un problema di governo economico e fiscale.

Il sommerso non è un “vizio”: è un prezzo che molte famiglie non reggono

Dire “quasi metà è irregolare” e fermarsi lì è comodo, ma insufficiente. Il sommerso nel lavoro domestico è spesso l’effetto di un incastro: costo del lavoro, redditi familiari insufficienti, bisogno non rinviabile, servizi pubblici carenti. È un’area dove la legge entra in conflitto con la sopravvivenza quotidiana e, proprio per questo, produce un risultato pessimo per tutti: lavoratori senza tutele, famiglie esposte a rischi e Stato che perde entrate e controllo.

Per spostare davvero il settore verso l’emersione, la leva decisiva non è solo repressiva: deve rendere la regolarità conveniente. In questa direzione vengono avanzate tre proposte: un cashback sui contributi per chi assume regolarmente, un incentivo legato alla stabilità del rapporto (connesso alla NASpI) e una detrazione fiscale del 10% sui costi del lavoro domestico. La logica è semplice: se lo Stato beneficia di questa cura “privata”, deve anche costruire meccanismi che la rendano sostenibile e legale.

Il nodo vero: l’Italia sta privatizzando la cura senza ammetterlo

La conclusione è meno tecnica e più netta: il lavoro domestico è diventato un welfare parallelo. Senza di esso, una fetta enorme di assistenza agli anziani collasserebbe o ricadrebbe interamente sul pubblico. Ma questo welfare parallelo vive in un’area grigia, dove la domanda cresce e l’emersione arretra.

Finché la cura resterà affidata soprattutto alle famiglie, il Paese ha due alternative: fingere che sia un fatto privato, accettando sommerso e precarietà; oppure trattarlo per ciò che è — un’infrastruttura sociale — e costruire regole, incentivi e servizi coerenti. Perché se quasi metà del settore è nero, non è “un’anomalia”: è la misura di un sistema che chiede cura, ma non mette le condizioni per farla esistere in modo dignitoso e stabile.