C’era una volta un’Italia in cui si poteva pensare che i figli avrebbero avuto una vita migliore dei padri. Non per retorica, ma perché succedeva davvero. Era l’Italia del dopoguerra, delle case popolari che diventavano case di proprietà, dell’operaio che mandava il figlio all’università, della ragazza del sud che faceva carriera in un ufficio al nord. Oggi, quella spinta sembra essersi esaurita.
Secondo l’ultimo rapporto FragilItalia, realizzato da Legacoop con Ipsos, solo 3 italiani su 10 credono che i propri figli potranno migliorare la loro posizione sociale. Sei su dieci si percepiscono già nella parte bassa della scala. È una fotografia sbiadita di un paese che non sale più. E neanche scende con ordine. Sta lì, fermo in mezzo ai piani, con le porte chiuse e il display spento.
Più povertà, meno speranza
A trainare verso il basso non è un solo fattore, ma una somma di condizioni che si stratificano. In cima alla lista delle preoccupazioni restano la povertà crescente (57%), la precarietà del lavoro (45%) e la mancanza di opportunità per i giovani (44%). Tre voci che sembrano un bollettino fisso da anni, anche se in lieve calo rispetto a tre anni fa.
Ma sotto queste colonne portanti si aprono nuove crepe. Sale la percezione della disuguaglianza nell’accesso a cure sanitarie di qualità (41%), e soprattutto l’idea che chi nasce povero non abbia reali possibilità di migliorare la propria condizione (36%).
Aumentano anche le segnalazioni legate al problema casa (+8 punti percentuali, ora al 26%) e alle discriminazioni di genere (30%, in crescita).
Il paese non è più solo spaccato in due. È fratturato in una mappa di diseguaglianze che si incrociano: ricchi contro poveri (66%), onesti contro furbetti (62%), popolo contro élite (59%), precari contro garantiti, italiani contro immigrati, lavoratori contro datori di lavoro, malati contro protocolli sanitari. Una tensione trasversale che non lascia tregua nemmeno a chi si considerava “medio”.

Ceti che affondano, senza rumore
E proprio il ceto medio, storicamente motore di mobilità e fiducia, oggi barcolla. Solo il 32% crede che i propri figli potranno salire più in alto, in calo rispetto al 35% del 2022. Il 52% pensa che resteranno fermi. Il 15% — in crescita — teme che scivoleranno più in basso.
Ma è nel ceto popolare che l’arretramento diventa vero crollo: la quota di chi spera in un miglioramento per i figli passa dal 37% al 27% (–10 punti), mentre sale in modo impressionante, dal 23% al 38% (+15 punti), chi si aspetta un peggioramento.
Anche la fiducia nella stabilità cede il passo, dal 40% al 35%.
In pratica: quasi 4 famiglie su 10 appartenenti al ceto popolare danno per scontato che i figli staranno peggio di loro. E non per fatalismo, ma per constatazione quotidiana.
Un Paese incastrato tra paura e inazione
Non si tratta solo di percezioni. È la narrazione di un paese che vede la diseguaglianza crescere, la possibilità di cambiare ridursi, e i luoghi di mediazione politica incapaci di agire. Nessun dato del report parla di rivolte o barricate, ma di un ritiro silenzioso, come chi accetta che l’ascensore non si muove più e si siede sulle scale in attesa.
Ogni gradino è più faticoso. Ogni spinta più isolata. Ogni speranza più fragile.
Eppure, questo immobilismo sociale ha un costo collettivo altissimo: genera sfiducia, cinismo, isolamento. Fa crescere la rabbia. Non quella che urla, ma quella che si spegne. È così che l’ascensore guasto diventa metafora perfetta: non solo non sale, ma intorno a lui si costruisce una rassegnazione architettonica. I cittadini non chiedono più “come ripararlo”, ma se valga la pena aspettare.
Il prossimo rapporto potrà mostrare nuovi numeri, qualche punto in più o in meno. Ma finché la questione della mobilità sociale resterà una voce tra le tante, e non il cuore della strategia pubblica, non cambierà niente davvero. E quel cartello con scritto “Fuori servizio” resterà appeso alla porta. Magari con un’annotazione a biro sotto: “E nessuno risponde nemmeno al campanello.”



