Sono già più di tremila, arrivati in pochi giorni sulle coste di Gibuti dopo aver attraversato in barca il Bab el-Mandeb. Potrebbero diventare oltre diecimila entro poche settimane, quando le condizioni del mare renderanno meno difficile la traversata. È la nuova fuga dallo Yemen, tornato nelle ultime settimane a produrre sfollati al ritmo delle fasi peggiori di una guerra che dura ormai da più di un decennio. L’allarme lanciato dall’Unhcr non riguarda soltanto chi riesce a lasciare il Paese: dall’inizio di settembre oltre 130 mila persone hanno già abbandonato le proprie case e altre centomila potrebbero essere costrette a farlo nei prossimi tre mesi.
Il principale focolaio dell’emergenza è Taiz, da cui proviene oltre il 60 per cento dei nuovi sfollati, ma movimenti di popolazione vengono segnalati anche nelle province di Al Jawf, Marib e Hodeidah. Più di 90 mila persone hanno cercato riparo ad Aden, Lahj, Abyan, Al Dhale’e e Marib, andando ad aggiungersi a comunità e campi che già disponevano di risorse limitate. Il nuovo fronte di combattimenti coinvolge le forze Houthi, sostenute dall’Iran, e quelle del governo yemenita appoggiato dall’Arabia Saudita; nelle ultime settimane l’avanzata Houthi ha interessato anche la costa del Mar Rosso.
Per migliaia di famiglie l’unica via di fuga è diventata così il mare. Tra il 9 e il 17 settembre l’Unhcr aveva contato 2.935 arrivi a Gibuti in appena otto giorni; circa il 60 per cento erano donne e bambini. Molti hanno lasciato lo Yemen con poche ore di preavviso, raggiungendo la costa e imbarcandosi su piccole imbarcazioni. Altri, secondo le testimonianze raccolte dall’agenzia delle Nazioni Unite, non sono riusciti a partire per mancanza di carburante o per le condizioni del mare. Alcune famiglie sono alla seconda fuga: avevano già lasciato lo Yemen durante la fase più violenta della guerra iniziata nel 2015, erano rientrate quando la situazione sembrava essersi stabilizzata e oggi si ritrovano nuovamente profughe.
Gibuti rappresenta la destinazione più vicina, ma è uno dei Paesi meno attrezzati a sostenere da solo una nuova emergenza di queste dimensioni. Ospita già circa 36 mila rifugiati e richiedenti asilo, in gran parte provenienti da Somalia ed Etiopia. Nel villaggio per rifugiati di Markazi, vicino a Obock, vivevano prima di questa nuova ondata oltre 2.700 yemeniti e circa 1.500 eritrei. L’arrivo di altre migliaia di persone sta mettendo sotto pressione acqua, servizi igienici, strutture sanitarie e scuole; l’Unhcr segnala che gli edifici scolastici esistenti non sono già più sufficienti per accogliere tutti i bambini appena arrivati e teme che il sovraffollamento favorisca malattie come scabbia e infezioni diarroiche.
È una crisi che rischia di accelerare proprio nelle prossime settimane. Le attuali condizioni marine, legate anche agli effetti stagionali nel Golfo di Aden, hanno finora limitato le traversate. L’Unhcr prevede che da metà ottobre il mare possa diventare più praticabile e si prepara quindi ad accogliere oltre diecimila persone. Altri profughi yemeniti e rifugiati somali di ritorno sono già approdati in Somaliland e Puntland.

Ma il movimento verso l’Africa è soltanto una frazione della catastrofe. Prima ancora della nuova offensiva, nello Yemen vivevano 5,2 milioni di sfollati interni e oltre 22 milioni di persone avevano bisogno di assistenza umanitaria, su una popolazione di circa 35 milioni. Il piano umanitario delle Nazioni Unite per il 2026 stimava 18,3 milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta, mentre oltre 2,2 milioni di bambini sotto i cinque anni risultavano affetti da malnutrizione acuta. Soltanto il 59 per cento circa delle strutture sanitarie del Paese era pienamente funzionante.
La ripresa dei combattimenti sta colpendo in particolare i minori. Secondo l’Unicef, nelle prime due settimane della nuova escalation erano già stati sfollati più di 57 mila bambini. Ventisei strutture sanitarie sostenute dall’organizzazione avevano dovuto interrompere o ridurre i servizi e 243 scuole erano state chiuse o avevano sospeso le lezioni, lasciando fuori dalle classi oltre 137 mila studenti.
A rendere il quadro ancora più grave è la progressiva riduzione della capacità di intervento delle organizzazioni umanitarie. L’operazione Unhcr nello Yemen è finanziata soltanto per il 18 per cento: prima dell’ultima escalation erano disponibili 34 milioni di dollari sui 194 necessari. L’agenzia stima ora che servano urgentemente altri 25 milioni per assistere circa 231 mila persone. A Gibuti la situazione è persino peggiore: il programma dell’Unhcr è finanziato per appena il 15 per cento e sono richiesti 13,5 milioni di dollari per garantire registrazione, accoglienza, protezione e servizi essenziali ai nuovi arrivati.
Neppure disporre dei fondi, tuttavia, significa riuscire a portare gli aiuti dove servono. Combattimenti, strade danneggiate, interruzioni delle telecomunicazioni e limitazioni agli spostamenti stanno rallentando gli interventi. A questo si aggiunge lo scontro tra le autorità Houthi e le Nazioni Unite: al 18 settembre 73 dipendenti dell’Onu risultavano detenuti arbitrariamente dalle autorità de facto Houthi, secondo le Nazioni Unite, che denunciano anche occupazioni di propri uffici e sequestri di beni. Le restrizioni hanno reso particolarmente difficile operare nelle zone sotto controllo Houthi, dove vivono milioni di persone bisognose di assistenza.
Il paradosso è che lo Yemen continua contemporaneamente a essere un Paese di fuga e un Paese di accoglienza. Nonostante la guerra e la fame, ospita ancora circa 65 mila rifugiati e richiedenti asilo, soprattutto somali ed etiopi. L’Unhcr sta preparando anche il rientro volontario a Mogadiscio di circa 150 rifugiati somali presenti ad Aden, mentre migliaia di yemeniti percorrono in senso opposto la stessa rotta attraverso il Golfo di Aden.
È questa sovrapposizione di crisi a rendere insufficiente il dato dei “diecimila verso Gibuti”. Diecimila è la previsione di chi potrebbe riuscire a superare il mare. Dietro restano oltre 130 mila persone costrette a lasciare casa in meno di un mese, cinque milioni di sfollati accumulati negli anni e più di metà della popolazione dipendente, in varia misura, dagli aiuti umanitari. E mentre una nuova generazione di profughi raggiunge Obock, l’organizzazione che dovrebbe accoglierla dispone a Gibuti di appena quindici dollari ogni cento che le servirebbero per affrontare l’emergenza.



