Watergate, la destra di Trump vuole assolvere Nixon

Cinquantadue anni dopo le dimissioni, Richard Nixon torna a essere raccontato come la vittima di un complotto. Il vicepresidente JD Vance accusa il «deep state» e il Dipartimento di Giustizia ascolta le tesi dei revisionisti. Il Watergate diventa così il terreno di una battaglia politica che riguarda soprattutto il presente: trasformare i controlli sul potere in persecuzioni contro chi lo esercita.

Richard Nixon aveva un difetto che oggi rischierebbe di renderlo un pessimo protagonista delle teorie del complotto: registrava le proprie conversazioni. E quelle registrazioni, custodite negli archivi federali americani, raccontano una storia assai diversa da quella che una parte della destra statunitense vorrebbe riscrivere. Raccontano di un presidente disposto a utilizzare i servizi segreti per ostacolare un’indagine federale, di collaboratori coinvolti in operazioni illegali e di un sistema di potere convinto che la legge fosse un impedimento da aggirare.

Eppure, nell’America del 2026, Nixon sta vivendo una sorprendente seconda giovinezza politica. Non come figura storica da studiare nelle sue contraddizioni, ma come presunta vittima di una persecuzione orchestrata dagli apparati dello Stato. La sua caduta, per oltre mezzo secolo considerata una dimostrazione della capacità delle istituzioni democratiche di controllare il presidente, viene reinterpretata come un colpo di mano contro un leader legittimamente eletto.

A giugno il vicepresidente JD Vance ha sostenuto che Nixon fosse stato abbattuto dal «deep state», lo Stato profondo, paragonando quella vicenda ai tentativi che, secondo lui, le stesse istituzioni avrebbero compiuto contro Donald Trump. Il collegamento è politicamente prezioso: se Nixon non fu responsabile della propria rovina, ma vittima di una cospirazione, allora anche le indagini su Trump possono essere raccontate come altrettante aggressioni al potere presidenziale.

Il vecchio presidente torna utile alla nuova destra

La riabilitazione ha raggiunto persino il Dipartimento di Giustizia. Geoff Shepard, ex collaboratore di Nixon e sostenitore da anni di una lettura revisionista del Watergate, è stato invitato a presentare le proprie accuse contro i procuratori che condussero l’inchiesta. Il documento, lungo 78 pagine, porta un titolo eloquente: Watergate As Lawfare, cioè il Watergate interpretato come uso della giustizia per colpire un avversario politico.

Il Dipartimento ha precisato che la presentazione non equivale all’apertura di un’indagine formale. La distinzione è importante, ma non elimina il significato dell’episodio: un’istituzione federale ha deciso di ascoltare ufficialmente una ricostruzione che mette in discussione uno degli scandali più documentati della storia americana.

L’obiettivo politico della riabilitazione non è difficile da individuare. La figura di Nixon offre alla destra trumpiana un precedente storico con cui sostenere che le istituzioni incaricate di far rispettare la legge possano essere strumenti ostili al presidente. In questa prospettiva, il problema non è più l’abuso di potere, ma l’esistenza di apparati capaci di scoprirlo e perseguirlo.

Cinque uomini, una porta e un presidente

Il Watergate cominciò nella notte del 17 giugno 1972, quando cinque uomini furono arrestati mentre tentavano di introdursi negli uffici del Comitato nazionale democratico, all’interno del complesso Watergate di Washington. Avevano attrezzature per intercettazioni e collegamenti con gli ambienti della campagna per la rielezione di Nixon.

Quella che inizialmente poteva sembrare un’operazione clandestina circoscritta si trasformò in un’inchiesta sulle attività illegali organizzate intorno alla Casa Bianca. Emersero episodi di sabotaggio politico, intercettazioni abusive, finanziamenti irregolari e tentativi sistematici di ostacolare le indagini.

Il caso più famoso rimane quello delle registrazioni dello Studio Ovale. Nixon aveva installato un sistema che registrava le conversazioni del presidente, probabilmente immaginando di lasciare alla storia una testimonianza privilegiata del proprio governo. Finì invece per consegnare agli investigatori alcune delle prove più compromettenti.

In una registrazione del 23 giugno 1972, appena sei giorni dopo l’irruzione, Nixon e il capo di gabinetto H.R. Haldeman discussero della possibilità di utilizzare la Cia per convincere l’Fbi a interrompere una parte dell’inchiesta, invocando falsamente ragioni di sicurezza nazionale.

Quella conversazione divenne la prova decisiva del coinvolgimento presidenziale nell’insabbiamento. Non era una dichiarazione di un avversario politico, una ricostruzione giornalistica o la testimonianza di un funzionario ostile. Era la voce del presidente.

Quando i repubblicani difendevano la legge

Nel luglio 1974 la Commissione Giustizia della Camera approvò tre articoli di impeachment contro Nixon, relativi all’ostruzione della giustizia, all’abuso di potere e al mancato rispetto delle richieste del Congresso.

Non fu un’operazione esclusivamente democratica. Alcuni parlamentari repubblicani votarono a favore dell’impeachment e, dopo la diffusione della registrazione decisiva, anche altri esponenti del partito abbandonarono la difesa del presidente.

Barry Goldwater, uno dei simboli del conservatorismo americano, partecipò alla delegazione repubblicana che comunicò a Nixon l’impossibilità di continuare a governare contando sulla protezione del Congresso.

Il presidente annunciò le dimissioni l’8 agosto 1974, lasciando la Casa Bianca il giorno successivo. Il suo successore, Gerald Ford, gli concesse poi la grazia, impedendo che Nixon fosse processato per gli eventuali reati federali commessi durante la presidenza.

La vicenda divenne un simbolo della superiorità della legge sulla persona del presidente. Il capo dello Stato più potente del mondo era stato costretto a lasciare l’incarico perché le prove delle sue condotte avevano reso politicamente insostenibile la sua permanenza al potere. È precisamente questa interpretazione che oggi viene messa in discussione.

La vittima immaginaria e i documenti reali

Gli ex procuratori del Watergate, intervenuti sul New York Times, hanno risposto alle accuse revisioniste ricordando la consistenza delle prove raccolte. Le testimonianze provenivano in larga misura dagli stessi collaboratori di Nixon, mentre le registrazioni presidenziali confermavano i tentativi di ostacolare la giustizia.

Le contestazioni rivolte oggi all’inchiesta riguardano presunte irregolarità nella gestione di documenti interni dell’accusa e incontri tra il procuratore speciale Leon Jaworski e il giudice John Sirica.

Secondo gli ex procuratori, i materiali necessari alla difesa furono messi a disposizione degli avvocati degli imputati, mentre gli incontri contestati riguardavano questioni procedurali e il rapporto tra l’inchiesta penale e il Congresso. Anche la richiesta di ricusare Sirica per presunta parzialità venne respinta in appello.

Le garanzie processuali meritano sempre di essere esaminate, anche nei casi che sembrano storicamente chiusi. Ma l’esistenza di una controversia procedurale non cancella automaticamente le prove di un reato. Soprattutto non trasforma un presidente che partecipò all’insabbiamento in una vittima innocente.

È qui che il revisionismo assume una funzione politica precisa: spostare progressivamente l’attenzione dai comportamenti accertati di Nixon alle presunte intenzioni dei suoi investigatori.

La memoria come proprietà del potere

La battaglia sul Watergate racconta qualcosa del rapporto che il trumpismo intrattiene con la storia. Il passato non viene soltanto reinterpretato alla luce di nuove fonti, come è normale nel lavoro degli storici. Viene utilizzato per costruire una genealogia politica della persecuzione, nella quale leader diversi, in epoche diverse, diventano vittime delle stesse istituzioni.

La categoria del «deep state» permette di unificare vicende lontane e profondamente differenti. Procuratori, magistrati, funzionari e apparati investigativi possono essere rappresentati come componenti di un unico potere occulto, ostile alla volontà popolare.

È una narrazione efficace perché offre una spiegazione semplice a ogni contestazione: se il presidente viene indagato, qualcuno sta cercando di eliminarlo politicamente. Se viene condannato un suo collaboratore, la condanna conferma l’accanimento del sistema. Se emergono documenti compromettenti, il sospetto si sposta su chi li ha raccolti.

Il risultato è un rovesciamento del significato della responsabilità. Il potere non deve più rispondere delle proprie azioni; sono gli organi che lo controllano a dover dimostrare continuamente di non essere parte di una cospirazione.

Il passato che serve a giustificare il presente

La riabilitazione di Nixon non riguarda dunque soltanto la reputazione di un presidente morto nel 1994. Riguarda il modo in cui vengono raccontati oggi i limiti costituzionali dell’autorità presidenziale.

Negli Stati Uniti contemporanei, segnati da un forte scontro sul ruolo della magistratura, sull’indipendenza del Dipartimento di Giustizia e sull’estensione dei poteri della Casa Bianca, il Watergate rappresenta un precedente ingombrante. Ricorda che persino un presidente eletto con una maggioranza travolgente può essere chiamato a rispondere dei propri abusi.

Raccontare quella vicenda come una persecuzione significa indebolire simbolicamente proprio quel principio. Non modifica le registrazioni né annulla le sentenze, ma può cambiare il significato che milioni di persone attribuiscono alla storia.

Nixon aveva tentato di utilizzare lo Stato per proteggere se stesso dalle conseguenze delle proprie azioni. Oggi alcuni suoi difensori sostengono che sia stato lo Stato a distruggere ingiustamente Nixon. Il capovolgimento è perfetto, e la sua utilità politica per Trump evidente.

Resta però un ostacolo insuperabile: gli archivi. Le registrazioni, le testimonianze e gli atti giudiziari non sono scomparsi. Chiunque può ancora ascoltare le parole pronunciate nello Studio Ovale il 23 giugno 1972.

La storia può essere interpretata, discussa e corretta. Ma quando la sua riscrittura pretende di sostituire le prove con una narrazione conveniente al potere, non siamo più davanti a una normale controversia storiografica. Siamo davanti a un tentativo di modificare il significato pubblico della responsabilità politica.

Richard Nixon è morto da trentadue anni. Donald Trump governa l’America del 2026. A entrambi, nella narrazione dei revisionisti, viene assegnato lo stesso ruolo di vittime delle istituzioni. Ma il Watergate rimane il racconto di un presidente che cercò di sottrarsi alla legge e di istituzioni che, pur tra conflitti e difficoltà, riuscirono a fermarlo.

La lezione che quella vicenda consegna al presente è precisamente ciò che la sua riabilitazione politica rischia di cancellare: in una democrazia, il mandato degli elettori conferisce il diritto di governare, non quello di essere al di sopra della legge.