Nel piccolo regno di Eswatini, che molti ricordano ancora come Swaziland, c’è un conto con dentro 5,1 milioni di dollari americani. Non sono soldi per ospedali o scuole. Sono il prezzo pattuito con Washington perché il Paese accetti fino a 160 persone espulse dagli Stati Uniti.
Si tratta di uomini che con Eswatini non hanno nulla a che fare. Vengono da Vietnam, Giamaica, Cuba, Yemen e altri Paesi. Hanno vissuto e scontato le loro pene in carcere negli USA. Poi l’amministrazione Trump ha deciso che non li voleva più sul proprio territorio e ha firmato un accordo con una delle ultime monarchie assolute del pianeta: noi vi paghiamo, voi ve li tenete.
Per mesi l’intesa è stata trattata come un segreto di famiglia. Se ne sono occupati avvocati, ong, qualche giornale straniero. In patria, silenzio. Solo di recente il ministro delle Finanze, davanti al Parlamento, ha ammesso che sì, i 5,1 milioni sono arrivati. Ha spiegato che l’operazione è stata gestita direttamente dall’ufficio del primo ministro, che i soldi sono stati parcheggiati sul conto dell’Agenzia nazionale per la gestione dei disastri, e che per ora quell’Agenzia non può toccarli: il governo non ha ancora “regolarizzato” il pagamento. Chi è già stato “regolarizzato”, invece, sono le persone atterrate con i voli militari americani.
Finora a Eswatini sono arrivate almeno quindici persone. Ufficialmente sarebbero criminali “particolarmente pericolosi”, che i loro Paesi d’origine rifiutano di riprendere. Nel concreto, sono uomini che hanno già scontato la condanna negli Stati Uniti e che ora si ritrovano di nuovo in cella, in un Paese dove non conoscono nessuno, non parlano la lingua, non hanno la minima idea del proprio futuro. Sono detenuti nel grande complesso penitenziario di Matsapha, la prigione di massima sicurezza, senza accesso libero a legali e familiari.
Un avvocato per i diritti umani ha provato a incontrarne alcuni. Si è visto chiudere la porta in faccia, ha dovuto portare in tribunale il Dipartimento delle carceri e il procuratore generale per ottenere il diritto di vederli. Nel frattempo, società civile e opposizione hanno fatto ricorso contro l’intero accordo, accusando il governo di avere firmato in segreto una intesa incostituzionale, mai discussa in Parlamento e contraria ai diritti fondamentali. Hanno usato espressioni che di solito si riservano ai romanzi distopici: “tratta di esseri umani travestita da cooperazione”.
Per capire la portata di quello che sta succedendo bisogna ricordare dove siamo. Eswatini è un Paese minuscolo e povero, incastrato tra Sudafrica e Mozambico. È anche una monarchia assoluta: re Mswati III nomina il primo ministro, influenza Parlamento e giudici, controlla larga parte dell’esercito e della polizia.

Le proteste del 2021 sono state represse nel sangue, gli oppositori vivono tra esilio e intimidazioni, i rapporti internazionali parlano regolarmente di torture, arresti arbitrari, impunità. È a questo Stato che gli Stati Uniti affidano la custodia di persone che non vogliono più sul proprio territorio.
Washington presenta l’operazione come cooperazione tecnica: i 5,1 milioni dovrebbero servire a “rafforzare la gestione delle frontiere e delle migrazioni”. È la formula che consente di dire che non si pagano Paesi poveri per tenere in gabbia persone indesiderate, si investe in “capacity building”. Peccato che in concreto l’unica capacità rafforzata, finora, sembri quella di accettare deportati che non sono cittadini, rinchiuderli e far calare il silenzio.
Il precedente, comunque, è aperto. Eswatini non è l’unico Paese africano coinvolto in intese del genere. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno trattato con Rwanda, Ghana, Sud Sudan e altri governi per farsi aiutare a “gestire” persone che non riescono a rimpatriare. La logica è la stessa che già conosciamo dalle politiche europee: esternalizzare frontiere, campi, detenzioni verso Stati più deboli, comprando la loro collaborazione con fondi, addestramento, progetti.
Al centro, sempre, ci sono corpi che nessuno vuole. Non più solo migranti in transito, ma anche ex detenuti che hanno finito di pagare il loro debito penale e scoprono che esiste un altro debito, quello di essere indesiderabili. Invece di discutere di vie legali, reinserimento, accordi di rimpatrio con i Paesi d’origine, si preferisce cercare qualcuno disposto ad affittare un pezzo del proprio territorio e del proprio sistema carcerario.
Nel racconto ufficiale, si tratta di un accordo tra Stati sovrani, utile a “gestire casi complessi”. Se lo si guarda dal basso, sembra qualcos’altro: un Paese ricco che paga un Paese povero per togliersi di torno persone scomode, in un contesto in cui quei corpi valgono meno di una riga di bilancio. Gli avvocati di Eswatini hanno deciso di chiamarlo con altri nomi: commercio, incostituzionalità, detenzione arbitraria. Hanno portato il caso davanti ai giudici.
Non sappiamo ancora come finirà. Sappiamo però che questo è un laboratorio. Se l’esperimento passerà senza troppi problemi, se nessuno farà abbastanza rumore, l’idea che i deportati possano essere spediti in Paesi terzi in cambio di trasferimenti finanziari smetterà di sembrare scandalosa.
Diventerà una voce normale nella cassetta degli attrezzi delle grandi potenze. I 5,1 milioni destinati a Eswatini non sono solo un prezzo: sono il segnale che i corpi degli indesiderabili, oggi più che mai, possono essere messi a reddito.



