Nel 2024, il sistema internazionale di protezione dei diritti umani è in forte declino, e l’emergere della cosiddetta diplomazia “transazionale” ha esacerbato questa crisi. La diplomazia transazionale si basa su accordi di scambio tra governi, in cui spesso i diritti umani vengono sacrificati per ottenere vantaggi economici o politici immediati.
Questo fenomeno non solo mina i progressi fatti negli ultimi decenni in tema di diritti umani, ma compromette anche la legittimità delle istituzioni internazionali che dovrebbero tutelarli.
Secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch, molti leader mondiali utilizzano questo approccio per ignorare o giustificare le violazioni dei diritti umani nei propri Paesi o in quelli di alleati strategici.
Questi accordi, basati su interessi a breve termine, stanno erodendo i fondamenti di un sistema globale che fino a pochi anni fa era basato sulla universalità dei diritti umani, promossa dalle Nazioni Unite.
L’HRW ha osservato come la protezione dei diritti umani sia diventata un elemento negoziabile in molte relazioni diplomatiche, spesso sacrificata per ottenere concessioni commerciali o militari.
In particolare, la Cina è uno degli esempi più emblematici. Dieci anni dopo l’inizio della presidenza di Xi Jinping, la repressione dei diritti umani è diventata sistematica. Le minoranze etniche, come gli Uiguri nello Xinjiang e i tibetani, continuano a essere oggetto di politiche di repressione, con accuse di violazioni dei diritti umani che includono detenzioni di massa e lavoro forzato.
La Cina ha inoltre ampliato la sua influenza sui forum internazionali, come il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, utilizzando il proprio peso economico per mettere a tacere le critiche e indebolire gli sforzi di monitoraggio. I suoi alleati commerciali spesso evitano di condannare queste violazioni per timore di ritorsioni economiche.
Situazioni simili si registrano in Myanmar, dove il conflitto interno ha portato a sistematiche violazioni dei diritti delle minoranze, tra cui i Rohingya, una comunità musulmana perseguitata che ha subito violenze e deportazioni di massa.
La risposta internazionale è stata debole, con molti governi che preferiscono mantenere relazioni diplomatiche con la giunta militare piuttosto che condannare apertamente le violazioni dei diritti umani.
In Sudan, l’escalation del conflitto tra le forze armate sudanesi e il gruppo paramilitare Rapid Support Forces (RSF) ha provocato una catastrofe umanitaria. Secondo le stime delle Nazioni Unite, più di 5,4 milioni di persone sono state sfollate, mentre migliaia sono state uccise.
Le regioni del Darfur, già devastate da precedenti conflitti etnici, sono state colpite da ulteriori attacchi contro le minoranze non arabe. Il governo sudanese, impegnato in negoziati diplomatici con potenze straniere, ha mostrato scarso interesse per la protezione dei civili, preferendo invece concentrare le risorse sulla consolidazione del potere interno.
Nonostante il quadro globale sembri dominato da violazioni e compromessi, ci sono anche esempi di progresso. In Brasile, la Corte Suprema ha recentemente difeso i diritti delle popolazioni indigene contro tentativi di sfruttamento delle loro terre da parte di aziende minerarie.
Queste popolazioni, che dipendono fortemente dall’accesso alle risorse naturali, sono tra le più vulnerabili agli effetti devastanti delle politiche economiche aggressive. La sentenza della Corte è stata accolta come un’importante vittoria per i diritti umani, ma resta isolata in un panorama globale sempre più frammentato.
Inoltre, un accordo internazionale firmato da 83 Paesi nel 2024 per proteggere i civili dall’uso di ordigni esplosivi nelle zone di conflitto rappresenta un altro esempio di speranza.
L’accordo, spinto da pressioni delle organizzazioni umanitarie, mira a ridurre l’impatto devastante che tali armi hanno sui civili, specialmente nelle aree urbane. Sebbene molti governi abbiano aderito all’accordo, l’implementazione resta una sfida significativa, soprattutto nelle zone di conflitto attive come il Medio Oriente.
Nonostante alcuni segnali positivi, il divario tra la diplomazia e la protezione effettiva dei diritti umani continua a crescere. La mancanza di coesione internazionale e l’aumento della diplomazia transazionale stanno mettendo a rischio la credibilità delle istituzioni globali, come l’ONU, che si trovano spesso impotenti di fronte alle pressioni politiche.
Questo fenomeno non solo minaccia i diritti umani oggi, ma potrebbe compromettere anche le generazioni future, creando un mondo in cui i diritti fondamentali non sono più garantiti per tutti.



