La città disegnata per pochi: il caso Milano

Non ci sono mazzette, né pacchi di banconote nascosti in auto o in uffici pubblici. Nessuno è stato colto in flagrante. Eppure l’inchiesta sull’urbanistica a Milano solleva una questione fondamentale che va oltre il codice penale: si può parlare di corruzione anche in assenza di scambio di denaro, quando un’intera struttura amministrativa si chiude a riccio per proteggere un gruppo ristretto di soggetti economici, architetti e professionisti, escludendone sistematicamente altri? Noi crediamo di sì.

La procura di Milano ha aperto un’indagine che coinvolge 74 persone e naturalmente, naturalmente per Diogene Notizie, sono tutti presunti innocenti. Tra gli indagati ci sono figure apicali dell’amministrazione comunale, come l’assessore alla rigenerazione urbana Giancarlo Tancredi, l’architetto Stefano Boeri e il sindaco Beppe Sala. Quest’ultimo è accusato di aver reso dichiarazioni false sulla nomina dell’architetto Giuseppe Marinoni alla Commissione per il Paesaggio, un organismo teoricamente tecnico, ma diventato negli anni sempre più centrale nel dare forma concreta alle trasformazioni urbane della città.

I magistrati non parlano ancora di corruzione tradizionale. Non ci sono (almeno finora) prove di pagamenti illeciti, ma emerge un quadro che parla da solo: piani regolatori anticipati informalmente a operatori privilegiati, scambi di email riservate tra amministratori e costruttori, scelte urbanistiche già decise nei fatti prima ancora di passare al vaglio degli organi democratici. Un’urbanistica parallela che nasce in salotti e riunioni private, per poi essere regolarizzata nei documenti ufficiali. È la forma moderna del potere: senza clamore, senza violenza, ma con effetti profondamente diseguali.

Il punto, dunque, non è solo se ci sia stata o meno una corruzione penalmente rilevante, ma se questo meccanismo di esclusione sistematica non rappresenti di per sé una forma di corruzione democratica. Quando solo un numero ristretto di soggetti è in grado di accedere agli strumenti decisionali, quando le nomine tecniche si fanno attraverso canali informali, quando i grandi progetti urbanistici finiscono sempre nelle mani delle stesse società, il danno arrecato alla trasparenza, alla concorrenza e all’interesse pubblico è reale. Ed è tanto più subdolo in quanto legale.

Da anni Milano viene presentata come un modello di efficienza amministrativa. Lo è stata, senza dubbio, sotto molti aspetti. Ma proprio quell’efficienza ha comportato una chiusura verticale del processo decisionale. L’urbanistica è diventata il vero snodo del potere cittadino: non il bilancio, non i servizi sociali, ma la capacità di determinare chi costruisce, dove, come e per chi. Questo potere è stato esercitato con apparente neutralità, ma sempre dentro un circuito chiuso. Chi è fuori – giovani professionisti, cooperative, studi tecnici indipendenti – non entra. Non perché non abbia merito, ma perché manca di relazioni.

Di Carlo Dell’Orto – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73003679

La Milano raccontata dai documenti della procura è una città in cui si pianifica non in base alle necessità abitative, ambientali o sociali, ma in base alla forza di interlocuzione di alcuni attori privilegiati. I grandi progetti degli ultimi anni – dal Villaggio Olimpico allo Scalo Romana, dal Pirellino alla Goccia di Bovisa – vedono sempre la presenza di un nucleo ristretto di soggetti, in grado di influenzare non solo l’esito dei piani, ma spesso anche le regole che li rendono possibili.

Non è una novità italiana. L’urbanistica, nel nostro paese, è da decenni un terreno dove si giocano scambi di potere, alleanze e clientelismi. A Roma, basti ricordare la lunga vicenda dello stadio a Tor di Valle, con una pletora di modifiche urbanistiche concepite su misura per progetti mai realizzati. A Torino, la gestione silenziosa delle aree ex Fiat ha consentito a grandi investitori privati di ridefinire interi quartieri senza alcuna reale concertazione con la cittadinanza. A Firenze, il progetto per il nuovo stadio Franchi ha visto deroghe urbanistiche concesse in fretta e furia, al di fuori di una visione urbana complessiva.

Eppure, esistono modelli alternativi. In Europa, alcune città hanno scelto di fare dell’urbanistica uno strumento di democrazia concreta. A Friburgo, ogni nuovo quartiere prevede per legge quote obbligatorie di edilizia popolare e percorsi partecipativi aperti alla cittadinanza. A Barcellona, il programma dei “superblocchi” ha trasformato la mobilità e la vivibilità urbana partendo dai bisogni reali dei quartieri, attraverso assemblee popolari e consultazioni pubbliche. A Lione, la giunta comunale ha introdotto un atlante della sobrietà urbanistica per frenare la speculazione e tutelare lo spazio pubblico. Non si tratta solo di buone intenzioni: sono scelte politiche forti, che spostano il baricentro del potere decisionale verso l’esterno, verso chi abita e vive la città.

Da noi, invece, l’urbanistica resta un linguaggio per addetti, tecnici, investitori e assessori. La cittadinanza non la conosce, la politica la delega, i media la trattano solo quando esplode lo scandalo. Eppure, nulla ci tocca di più, ogni giorno. Dove mettiamo le scuole, come si costruiscono i quartieri, dove passa il tram, quanto verde c’è sotto casa: tutto questo è urbanistica. E la sua opacità è una forma grave di disuguaglianza.

Chi ha il potere di decidere come sarà fatta una città ha anche il potere di decidere come vivremo, chi includere e chi lasciare fuori. Se ci scandalizza una tangente, dovrebbe indignarci anche una città disegnata per pochi. Forse, più ancora. Perché quella città poi resta lì, in piedi, sotto gli occhi di tutti. Come una testimonianza duratura di chi ha vinto – e di chi è stato escluso.

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