Da settimane il Kordofan non è più solo una regione “di mezzo” tra Khartoum e il Darfur. È diventato il baricentro militare, economico e simbolico della guerra che da oltre due anni devasta il Sudan. Qui, dove passano oleodotti vitali per Khartoum e per il Sud Sudan senza sbocco sul mare, esercito regolare (SAF) e Forze di Supporto Rapido (RSF) stanno giocando una partita che può ridisegnare gli equilibri del conflitto – o trascinare il Paese in una fase ancora più distruttiva.
Perché il Kordofan conta (più di tutto il resto)
Controllare il Kordofan significa controllare il petrolio, le infrastrutture energetiche e una parte cruciale della geografia sudanese. Significa incidere sulla sopravvivenza economica del Sudan e su quella del Sud Sudan, il cui greggio attraversa questa regione per essere esportato.
È un nodo strategico che spiega la feroce accelerazione delle operazioni militari: da giugno l’esercito ha provato a riconquistare terreno perso dopo i successi RSF tra Khartoum e Gezira; le RSF, dal canto loro, puntano a entrare nel Kordofan per riaprirsi la strada verso il centro del Paese e, potenzialmente, tornare a minacciare la capitale.
Burhan “rientra” a Khartoum, ma resta a Port Sudan
Il generale Abdel Fattah al-Burhan ha messo in scena un ritorno a Khartoum, atterrando il 20 luglio per la seconda volta dall’espulsione delle RSF a marzo. Ma la realtà è più cupa: il suo quartier generale resta a Port Sudan, sulla costa del Mar Rosso. Un segnale di fragilità politica e militare: la capitale, formalmente sotto controllo SAF, è una città spettrale, sventrata, militarmente instabile.
La risposta RSF: minacciare Heglig
Le RSF, che hanno base sociale e militare significativa nel Kordofan occidentale (in particolare tra le comunità Misseriya), rispondono con la minaccia di colpire il cuore energetico: l’area petrolifera di Heglig, nel Kordofan meridionale, al confine con il Sud Sudan. Se i bombardamenti dell’aeronautica dell’esercito continueranno – avvertono – colpiranno gli impianti, chiuderanno i flussi, uccideranno i tecnici. È una guerra sui serbatoi prima ancora che sulle città.
El-Obeid e Umm Sumaima: i prossimi obiettivi
Gli analisti concordano: el-Obeid, capitale del Kordofan settentrionale, è l’obiettivo prossimo e critico delle RSF. Umm Sumaima, città passata più volte di mano nelle ultime settimane, è descritta come l’ultimo vero baluardo delle SAF prima di el-Obeid. Se cadesse stabilmente, l’esercito rischierebbe l’accerchiamento nella regione. E con esso, potrebbe saltare l’intero dispositivo di difesa nel centro del Sudan.
Una guerra che divora i civili
Mentre i generali ridisegnano le mappe operative, i civili pagano il prezzo totale dell’offensiva. Secondo l’ONU, i bombardamenti dell’esercito su el-Fula e Abu Zabad hanno ucciso oltre 20 persone, colpendo anche una scuola con famiglie rifugiate. UNICEF denuncia oltre 450 morti (tra cui 24 bambini, 11 bambine e due donne incinte) in attacchi recenti nell’area di Bara, a Shag Alnom e Hilat Hamid. Il Yale Humanitarian Research Lab parla di attacchi incendiari intenzionali, mentre l’organizzazione Emergency Lawyers riferisce di persone bruciate vive nelle proprie case.

Il bilancio complessivo della guerra è da Paese collassato: circa 150.000 morti e 12 milioni di sfollati, una cifra pari alla popolazione di interi Stati europei. È una catastrofe umanitaria e politica che continua a consumarsi lontano dai riflettori globali.
SAF vs RSF: strategie e limiti
L’esercito (SAF) punta a schiacciare le RSF nel Kordofan per poter poi spingere verso il Darfur, cuore storico e politico delle milizie di Hemedti. Ma – avvertono analisti locali – sfondare le linee RSF in una regione dove il gruppo paramilitare si appoggia su legami etnici, sociali e territoriali profondi non sarà semplice. Ogni raid aereo che colpisce civili alimenta risentimento e consolida la narrativa RSF.
Le RSF cercano nel Kordofan lo slancio per rientrare nel Sudan centrale, ritessendo la rete operativa verso la capitale. Il messaggio è chiaro: se non potete governare il Paese, non governerete il petrolio.
Il colpo di coda del Kordofan
La regione si estende su 390.000 km²: è una guerra in spazi immensi, fatta di linee di rifornimento fragili, assedi mobili, uso esteso dell’aviazione e delle artiglierie e una sistematicità della violenza contro i civili che non è un effetto collaterale, ma uno strumento deliberato.
Sarà il Kordofan a decidere la guerra? Forse no, non da solo. Ma – come osservano diversi esperti – ne deciderà la traiettoria: chi lo perde, perde petrolio, logistica, capitale politico e consenso locale. Chi lo conquista, guadagna leva negoziale e potere di ricatto sul futuro del Sudan.
Un epilogo (per ora) senza politica
Non c’è un vero tavolo politico. Non c’è un garante credibile. Non c’è una pressione internazionale proporzionata alla catastrofe in corso. Il rischio immediato è l’ulteriore regionalizzazione del conflitto – con il Sud Sudan trascinato nella spirale se il petrolio si ferma – e l’implosione definitiva delle istituzioni sudanesi.
Il Kordofan è il fronte che tiene insieme tutte le linee di faglia del Sudan: economia, territorio, etnie, guerra per procura, leadership rivali. È la prova che, in questa guerra, a essere bombardata non è solo la geografia. È l’idea stessa di Stato.



