Mettiamo da parte per un attimo i comunicati stampa, le bandiere di partito e le pose da talk show. E proviamo a guardare dentro una qualsiasi scuola italiana, un lunedì mattina qualsiasi.
Chi c’è in classe? Ci sono studenti che parlano italiano meglio dei loro genitori. Che hanno passato più tempo tra i banchi che tra i muri di casa. Che leggono Dante, faticano sui verbi irregolari, fanno educazione civica e discutono di Costituzione. Eppure, per la legge italiana, molti di loro non sono italiani. Sono stranieri che vivono da italiani, ma senza esserlo.
Lo Ius scholae nasce per sanare questa contraddizione di fatto, non per regalare passaporti a caso, come vorrebbe chi riduce tutto a uno slogan elettorale. Ma nel dibattito pubblico di questi giorni nessuno ascolta chi è davvero coinvolto: né i ragazzi, né i loro insegnanti, né chi nella scuola costruisce ogni giorno il senso dell’appartenenza.
La Lega parla di “realtà delle scuole” ma sembra non ascoltare gli insegnanti e i presidi che chiedono da anni regole più semplici per studenti che già fanno parte della comunità scolastica. Tajani propone un percorso più lungo, dieci anni, ma senza spiegare chi dovrebbe valutarlo e come. Il Pd si intestardisce a difendere il principio, ma non sempre spiega con chiarezza che questa legge non riguarda l’immigrazione in senso generale, bensì il riconoscimento di chi è già qui, già integrato, già parte della vita collettiva.
Forse è il caso di rovesciare la prospettiva: invece di chiederci “chi merita la cittadinanza”, dovremmo chiederci che tipo di cittadinanza vogliamo costruire. Vogliamo cittadini per nascita o per partecipazione? Per sangue o per percorso?
Possiamo davvero considerare straniero chi da cinque, sette, dieci anni cresce nel nostro Paese, studia le nostre leggi, canta l’inno nazionale, partecipa ai tornei scolastici e ai progetti di educazione civica?
E soprattutto: chi è più italiano? Un bambino nato in Marocco ma cresciuto a Torino che fa il rappresentante di classe, o un adulto nato a Roma che evade le tasse, insulta le istituzioni e ignora la Costituzione?
Forse, per decidere chi è italiano, dovremmo smettere di chiedere il parere dei partiti e iniziare a guardare dentro le nostre scuole. Perché lì, ogni giorno, la cittadinanza viene già costruita nei fatti, molto prima che nelle leggi.



