In Africa la radio batte ancora social e Internet

Per anni abbiamo raccontato il rapporto tra radio e digitale in una sola direzione: podcast, social e streaming avrebbero esteso la radio, ampliandone pubblico e funzioni. In molte aree rurali africane, però, la dinamica reale è spesso l’opposto. Non è il digitale a portare la radio più lontano: è ancora la radio a portare l’informazione dove il digitale resta debole, costoso o intermittente.

E lo si capisce da un dato semplice, che vale più di molte teorie: in 39 Paesi africani il 65% degli intervistati dice di usare la radio per informarsi almeno qualche volta a settimana, contro il 45% che usa i social media e il 41% che usa Internet con la stessa frequenza.

Questo scarto non è un residuo del passato, ma il segno di un’infrastruttura ancora centrale. In Africa la frattura tra città e campagne nell’accesso a Internet resta enorme: secondo ITU, nel 2024 era online il 57% della popolazione urbana, ma solo il 23% di quella rurale.

In altre parole, il problema non è soltanto la presenza di una rete, ma la possibilità concreta di usarla: servono copertura, elettricità, dispositivi, alfabetizzazione digitale e soprattutto denaro per pagare connessioni che in molti contesti restano care e instabili.

È qui che la radio continua a vincere: costa meno, richiede meno competenze, supera meglio le barriere linguistiche e raggiunge pubblici che altre piattaforme intercettano in modo molto più discontinuo.

Il caso del Malawi è particolarmente istruttivo perché mostra la relazione diretta tra ascolto, servizio pubblico e sostenibilità economica delle emittenti. MISA Malawi, citando il 2019 National Statistical Office/MACRA Access and Usage of ICT Services Survey, afferma che la radio listenership nel Paese è al 71,2%.

Nello stesso testo aggiunge che la radio resta la fonte di informazione più consumata e che riscuote più fiducia. Questo significa che quando si parla di radio comunitaria in Malawi non si parla di una nicchia culturale, ma di un mezzo che continua a raggiungere la maggioranza del pubblico.

È anche per questo che la pressione economica sul settore ha un peso politico e democratico che va oltre i bilanci delle singole stazioni. Sempre MISA Malawi ha denunciato nel 2024 che nuove tasse locali per le emittenti rischiano di colpire proprio “la maggioranza dei malawiani rurali” che dipende dalla radio per notizie e informazioni.

La stessa organizzazione ha ricordato che più di 15 emittenti hanno chiuso dal 2022 e oltre 250 giornalisti hanno perso il lavoro. La conseguenza non è solo industriale: quando una radio locale chiude, in molti territori si restringe anche l’accesso pratico all’informazione pubblica.

Jeff Attaway / Wikimedia Commons, CC BY 2.0

Se il Malawi mostra il peso della radio in un sistema mediatico nazionale, il Sud Sudan ne mostra con ancora più chiarezza la funzione di prima linea. Secondo il National Audience Survey 2021 di Internews, quasi l’81% degli intervistati usa la radio come fonte di informazioni sulla sicurezza, e la radio è anche la fonte di fiducia maggiore su questo terreno, al 78%.

Non si tratta solo di “ascolti”, dunque, ma di centralità funzionale: in un contesto fragile, la radio è il mezzo a cui le persone si affidano quando hanno bisogno di sapere cosa sta accadendo e quanto sia rischioso.

Lo stesso ecosistema mediatico sudsudanese aiuta a capire che questa centralità non è astratta. Un altro rapporto Internews, basato sullo stesso sistema di ricerca, segnala che nelle principali città del Paese fuori da Juba la weekly reach di alcune emittenti radiofoniche era molto alta: Radio Miraya 46,6%, Eye Radio 43,8%, City FM 21%, Voice of America 19,1%, BBC World Service in English 15,1%, Liberty FM 14,7%.

Sono numeri che raccontano una cosa precisa: la radio non è solo presente, ma è ancora capace di costruire pubblico su scala significativa.

UNESCO, nel febbraio 2026, ha descritto questa realtà con parole molto chiare: in Sud Sudan la radio resta “uno dei modi più importanti e affidabili” con cui le persone accedono alle informazioni.

Il motivo non è romantico ma materiale: spostarsi è difficile, l’accesso a Internet resta limitato, e le onde radio continuano a connettere comunità che poche altre piattaforme riescono a raggiungere con la stessa continuità. È qui che la radio smette di essere solo un medium e torna a essere un’infrastruttura.

La tesi, allora, va riformulata con più precisione. Non è vero in assoluto che “il digitale dipende dalla radio”. Ma è vero che, in molte aree rurali e fragili, il digitale da solo non basta a trasformare l’informazione disponibile in informazione realmente accessibile.

La radio continua a svolgere quella funzione di traduzione e localizzazione che rende utilizzabili contenuti su salute, agricoltura, meteo, sicurezza, servizi e vita pubblica. Il suo vantaggio competitivo non è tecnologico in senso stretto: è sociale. Parla nelle lingue giuste, arriva nei tempi giusti, costa meno e si adatta meglio alle condizioni concrete della vita quotidiana.

Per questo la vera domanda non è se la radio sopravviverà al digitale. La domanda è se chi pensa politiche della comunicazione, sviluppo e accesso all’informazione sia disposto a riconoscere un fatto semplice: in una parte importante dell’Africa, la radio non è il passato del sistema mediatico. È ancora il suo ultimo miglio.

Nora Morgan / Wikimedia Commons, CC BY 2.0