Italia fanalino di coda in Ue per istruzione e inclusione

L’Italia si conferma la Cenerentola d’Europa quando si parla di istruzione e inclusione sociale. A dirlo non è un pamphlet polemico, ma lo studio realizzato da The European House – Ambrosetti insieme a Fondazione CRT, presentato a Cernobbio. I numeri sono impietosi: quasi un adulto su tre, tra i 25 e i 64 anni, possiede al massimo la licenza media.

In termini di capitale umano, significa che il nostro Paese è ultimo nell’Unione europea, lontanissimo da realtà come la Germania, dove la quota di adulti con solo l’obbligo scolastico è sotto il 15%, o dai Paesi nordici, che hanno reso l’istruzione superiore la norma, non l’eccezione.

Le nuove generazioni non se la passano meglio. Tra i 25 e i 34 anni, appena il 31,6% degli italiani è laureato, contro una media europea che sfiora il 45%. In Spagna la quota è del 40%, in Francia oltre il 48%, in Irlanda si supera il 55%. L’Italia, insomma, continua a produrre meno laureati, con un differenziale che non è una semplice statistica ma un freno concreto alla crescita economica.

Perché senza formazione, la mobilità sociale diventa illusoria e il rischio di esclusione aumenta. Non a caso, un italiano su quattro – il 23,1% della popolazione – è oggi classificato a rischio povertà o esclusione sociale, un dato che ci colloca stabilmente nel gruppo di coda d’Europa, insieme a Grecia e Bulgaria.

E mentre il resto del continente investe in istruzione e competenze per correre verso il futuro, da noi il dibattito politico si è ridotto a celebrare decreti punitivi come il Caivano, che minaccia il carcere ai genitori invece di offrire opportunità ai figli. L’Europa apre scuole, noi apriamo fascicoli giudiziari.

Il quadro peggiora guardando al Sud. Qui si concentrano quattro delle cinque peggiori regioni europee per rischio di esclusione sociale: non solo una frattura interna, ma una vera e propria anomalia continentale. Il dualismo Nord–Sud, in termini di opportunità educative e prospettive di lavoro, è tra i più drammatici dell’Unione.

Neppure i giovani cosiddetti “nativi digitali” riescono a colmare il divario. Appena il 56% degli under 19 possiede competenze digitali di base, contro una media Ue del 73%. La generazione che dovrebbe cavalcare l’innovazione parte già zavorrata, mentre il mercato del lavoro europeo richiede in quasi la metà dei casi competenze avanzate.

In Paesi come l’Olanda o la Danimarca, la quota di ragazzi digitalmente competenti supera l’80%, segno di una preparazione che in Italia resta un lusso per pochi.

Lo studio Ambrosetti–CRT quantifica anche il costo di questa povertà educativa: 48 miliardi di euro di Pil persi ogni anno, pari al 2% dell’economia nazionale.

Colmare il gap significherebbe recuperare due milioni di persone oggi a rischio esclusione e ridare fiato al sistema produttivo. Ma, soprattutto, significherebbe ridurre quel senso di arretratezza che ci accompagna ogni volta che ci confrontiamo con i partner europei.

La fotografia è nitida: l’Italia resta in fondo alle classifiche su istruzione e inclusione, e i divari interni fanno di noi un Paese che non solo arranca rispetto al resto d’Europa, ma che al suo interno alimenta nuove periferie sociali.

E qui la questione diventa politica: chi governa non può continuare a sventolare numeri rassicuranti su dispersione scolastica e decreti d’ordine pubblico mentre milioni di persone restano senza strumenti per competere in Europa.

O si sceglie di investire in istruzione, competenze, scuole e università, oppure resteremo quel fanalino di coda che applaude alle scorciatoie punitive mentre perde la partita del futuro.