Educazione digitale: il divario che in Italia inizia a sei anni

Secondo Save the Children, in Italia un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni usa lo smartphone ogni giorno. Una percentuale che sale al 44% nel Sud e nelle Isole, contro il 23,9% del Nord. Il 62% dei preadolescenti ha almeno un account social. Numeri che mostrano una familiarità crescente con il mondo digitale. Ma familiarità non significa consapevolezza.

La povertà educativa digitale, spiega l’organizzazione nel suo ultimo comunicato, non è semplicemente mancanza di accesso alla tecnologia. È la privazione della possibilità di usare il digitale per sviluppare competenze, talento, spirito critico.

È il divario tra chi può usare gli strumenti per creare e chi si limita a consumarli, spesso passivamente. E come ogni altra forma di povertà educativa, anche questa segue le diseguaglianze sociali e territoriali già presenti.

Le scuole, teoricamente, dovrebbero essere il primo argine a questo divario. Ma nella realtà italiana, la situazione resta disomogenea. Secondo dati Openpolis, solo il 35,7% degli edifici scolastici dispone di aule informatiche attrezzate.

La percentuale scende ulteriormente nelle aree rurali e nei territori dove più alta è la quota di famiglie in difficoltà economica. Nel 2023, l’INVALSI ha rilevato che il 14% degli studenti di terza media non ha raggiunto le competenze digitali minime, con punte del 32% nelle Isole.

Non è quindi solo un problema di accesso, ma di qualità dell’esperienza. Secondo il progetto “Connessioni Digitali” di Save the Children, avviato nel 2021, è fondamentale insegnare ai bambini e ai ragazzi non solo a usare un dispositivo, ma a comprendere cosa significa vivere in un mondo “onlife”, dove reale e virtuale si intrecciano continuamente.

Il progetto ha coinvolto 6.000 studenti e oltre 1.000 docenti in 100 scuole italiane, portando l’educazione digitale all’interno delle ore di educazione civica. Tra le attività più riuscite: la creazione di podcast, campagne di sensibilizzazione e redazioni digitali. Non strumenti fine a sé stessi, ma modi per esercitare cittadinanza, immaginare il proprio ruolo nel mondo, dare voce alle proprie idee.

In alcune scuole il progetto ha coinvolto anche le famiglie: in una classe di Roma, gli studenti hanno guidato i genitori nella realizzazione di un podcast, insegnando loro a usare microfoni e software di montaggio. Il tema scelto? Raccontare gli anni ’80 dal punto di vista di chi c’era, mettendo a confronto due generazioni diverse nel modo di divertirsi, parlare, vestirsi. Una lezione di competenza digitale, ma anche di memoria, ascolto e condivisione.

La sfida, però, è sistemica. Non basta affidarsi a progetti pilota o alla buona volontà delle scuole più attive. Il Piano Nazionale Scuola Digitale, finanziato dal PNRR, promette interventi strutturali. Ma al momento la formazione degli insegnanti è ancora insufficiente e troppo spesso lasciata all’iniziativa dei singoli. Il rischio è che la digitalizzazione diventi un’altra forma di selezione naturale: chi ha gli strumenti culturali, educativi ed economici per orientarsi, accelera. Gli altri restano indietro.

C’è anche una questione di genere: Save the Children segnala che, nelle scuole coinvolte nel progetto Connessioni Digitali, le ragazze hanno tratto un beneficio particolarmente significativo. Il che conferma quanto sia importante progettare percorsi che sappiano coinvolgere chi troppo spesso viene escluso dalle carriere e dalle competenze STEM.

Educazione digitale non vuol dire solo “tenere i ragazzi lontani dai social” o “proteggerli dai rischi della rete”. Significa renderli protagonisti consapevoli, capaci di abitare la complessità. Per farlo, servono politiche pubbliche lungimiranti, scuole attrezzate e un’alleanza educativa vera tra adulti, insegnanti e studenti.

Perché oggi la cittadinanza si costruisce anche a colpi di tastiera. Ma non tutti, ancora, sanno dove mettere le dita.