Khamenei junior è soltanto l’ennesimo “figlio di” che prende il potere al posto del padre. In Europa, con la sua dozzina abbondante di monarchie ancora perfettamente in servizio, c’è davvero poco da fare ironia sulla trasmissione dinastica del potere. Anche perché la faccenda non finisce affatto dove finiscono corone, stemmi e titoli nobiliari.
Tra i cosiddetti repubblicani continua a valere la regola più antica del mondo: quando il capo cade, invecchia, si ritira o muore, a farsi avanti sono quasi sempre figli, figlie, mogli, generi, fratelli, sorelle, cugini e cognomi già addestrati all’obbedienza.
Le repubbliche giurano di non essere monarchie, poi però al momento decisivo si comportano come monarchie senza il coraggio di ammetterlo. Le monarchie europee in carica restano una dozzina, ma il riflesso dinastico sopravvive ben oltre i palazzi reali.
Per questo la nomina di Mojtaba Khamenei alla guida dell’Iran non va letta come una bizzarria persiana, o peggio come l’ennesima eccentricità orientale buona per rassicurare l’Occidente sulla propria superiore modernità. È, al contrario, una scena fin troppo universale: un regime nato anche per abbattere la trasmissione dinastica del potere che finisce per consegnarsi al figlio del capo.
La Repubblica islamica, che aveva promesso di seppellire la monarchia dello scià, si ritrova così a riesumarla in turbante. Cambia il lessico, non il riflesso. Non più il sangue blu, ma sempre sangue di famiglia. Fuori e dentro l’Iran i commentatori descrivono la scelta di Mojtaba proprio come la rottura di un tabù in una Repubblica islamica che aveva sempre negato di voler somigliare a una monarchia ereditaria.
E sarebbe comodo liquidare tutto come una patologia teocratica, se il resto del mondo non facesse continuamente la stessa cosa con abiti più presentabili. In Cambogia Hun Sen ha preparato il terreno al figlio Hun Manet come si prepara un’eredità, non una competizione. Una successione familiare pianificata, inserita in un ricambio di élite pieno di figli e parenti dei dirigenti uscenti.
In Thailandia il cognome Shinawatra funziona da anni come una rendita politica ereditaria: Paetongtarn è diventata il terzo premier della famiglia. Nelle Filippine il quadro è quasi caricaturale: Ferdinand Marcos Jr. alla presidenza, Sara Duterte, figlia dell’ex presidente, alla vicepresidenza, cioè due dinastie che si spartiscono il paese come se le elezioni fossero un formato aggiornato della successione familiare.
Nell’Asia meridionale il copione non cambia, cambia solo la colonna sonora. In Bangladesh Sheikh Hasina ha governato da erede del padre fondatore Sheikh Mujibur Rahman; in Pakistan Bilawal Bhutto Zardari porta il cognome di Benazir e di Zulfikar Ali Bhutto come una licenza politica ereditaria.
In Azerbaigian Ilham Aliyev è succeduto al padre Heydar Aliyev. In Siria Bashar al-Assad prese il posto di Hafez al-Assad, trasformando una repubblica in una monarchia di fatto senza bisogno di corona. In Nicaragua Daniel Ortega ha perfino elevato la moglie Rosario Murillo a co-presidente, dimostrando che il potere non si limita a riprodursi per via filiale: sa usare con uguale disinvoltura il matrimonio.

Poi naturalmente arriva l’Occidente, che sul tema è sempre bravissimo a fingersi scandalizzato mentre pratica lo stesso vizio in forme più eleganti. Donald Trump non ha incoronato formalmente un figlio, è vero, ma ha trasformato la Casa Bianca in un interno domestico con Jared Kushner e Ivanka Trump stabilmente nel cuore del potere; il Dipartimento di Giustizia dovette persino chiarire che il genero poteva legalmente servire come consigliere della Casa Bianca nonostante le norme anti-nepotismo.
In Francia il cognome Le Pen continua a funzionare da mezzo secolo come marchio politico ereditario. In India la dinastia Nehru-Gandhi sopravvive come se il suffragio universale fosse un modo rispettabile per aggiornare il diritto di famiglia. Le democrazie non aboliscono davvero il sangue: lo truccano da consenso.
A questo punto il problema non è più compilare l’album dei “figli di”, come se fosse una rubrica di costume o una galleria di raccomandati illustri. Il problema è capire perché il potere, a ogni latitudine, continui a fidarsi più della parentela che del merito, più del cognome che della competenza, più della fedeltà domestica che di qualunque investitura pubblica.
La risposta è brutale nella sua semplicità: la famiglia costa meno della legittimazione. Un figlio eredita reti, fedeltà, memorie, apparati, debiti, ricatti, reverenze. Una moglie garantisce continuità senza discussione. Un genero custodisce interessi e relazioni. Un cognome evita la fatica di costruire da capo l’autorità. Il nepotismo non è una degenerazione occasionale del potere: è una delle sue tecnologie più efficienti.
Per questo la politica mondiale continua a produrre dinastie anche dove le costituzioni giurano di impedirlo. Perché la famiglia svolge una funzione che nessun partito, nessuna elezione, nessun congresso e nessuna ideologia riescono a garantire con la stessa rapidità: rende “naturale” la continuità.
Trasforma un fatto politico in un fatto quasi biologico. Fa passare per destino quello che è semplice conservazione. Il popolo viene chiamato a votare, applaudire, ratificare o semplicemente assistere, ma il meccanismo profondo resta quasi sempre identico: il potere cerca il sangue perché del sangue si fida più che delle regole.
Ed è per questo che Mojtaba Khamenei non è affatto un’eccezione esotica. È semmai la verità del potere mostrata senza cipria. L’Iran fa in modo più scoperto ciò che mezzo mondo pratica con maggiore ipocrisia: chiamare successione ciò che assomiglia molto a un’eredità.
E forse la sola differenza davvero notevole tra una monarchia e una repubblica non è che la seconda abbia smesso di credere alle dinastie. È che la repubblica si vergogna ancora di confessarlo.



