In un momento in cui l’economia rallenta e la povertà cresce, l’Indonesia lancia un programma di pasti scolastici gratuiti per milioni di studenti. Una mossa che, da un lato, strappa applausi e titoli trionfalistici. Ma dall’altro solleva una domanda evidente: è davvero il momento giusto per un “pranzo gratis” mentre cresce la fila dei disoccupati e il tessuto produttivo mostra crepe preoccupanti?
Il presidente, novello illuminato del welfare, ha promesso che i pasti a scuola saranno il secondo programma più grande al mondo, un investimento per il futuro. Peccato che proprio in questi mesi i numeri raccontino un’altra storia: disoccupazione in aumento, milioni di persone scivolate fuori dalla classe media, consumi in calo e industrie in affanno. Si può nutrire la speranza con un pasto a pranzo, ma la fame di lavoro e sicurezza non si placa col riso.
Il governo ha messo mano ai conti: ha risparmiato tagliando fondi a sanità, trasporti, appalti pubblici e licenziando dipendenti. Ha strizzato miliardi verso mense scolastiche, alloggi popolari e un fondo sovrano formatosi come la nebbia mattutina, imponente solo negli annunci. E poi ha promesso uno stimolo da 1,5 miliardi in due mesi: sconti sui trasporti, pacchi alimentari, supplementi salariali. Una bella spinta, ma quanto potrà davvero tenere conto di un’economia dipendente dalla spesa pubblica?
Il risultato? Il programma dei pasti si è ridimensionato: da 45 a 28 miliardi di dollari. Il deficit ha toccato vette che non si vedevano da anni, escludendo il trauma della pandemia. In strada, gli studenti – quelli che avrebbero dovuto mangiare gratis – insorgono con tranquillità: gli hashtag virano sull’idea di “un’Indonesia oscura”, una generazione che crede non più nelle promesse ma nelle proteste.

Intanto i millennials e i laureati si imbarcano verso l’estero, come giovani migranti in cerca di opportunità, lontani da un Paese dove lo spirito d’impresa ha ceduto il passo alla necessità di sopravvivere. Gli investimenti esteri arrivano, sì, ma il paese resta ingolfato nella precarietà e tende aalare la disuguaglianza tra chi ancora riesce ad andare avanti e chi è già uscito dalla sala dei bottoni.
A guardare il bicchiere mezzo pieno, il programma dei pasti sembra salvifico. A guardarlo mezzo vuoto, è l’ennesimo annuncio che cerca consenso più che risposte strutturali. Perché non basta nutrire ragazzi a scuola. Serve un mercato del lavoro stabile, scuole funzionanti, trasporti efficaci, infrastrutture aperte. Bussare a mensa non ripaga affitti, crediti, mutui, bollette.
In pratica, l’Indonesia sembra dire: “Possiamo permetterci pasti gratis per gli studenti, ma non lavoro per tutti.” Il rischio non è dare troppo ai bambini – è dimenticare gli adulti che non hanno più nulla. Perché un pranzo in sala mensa col sorriso non paga la bolletta, non copre l’angoscia di una madre licenziata, non garantisce un domani a chi resta senza tutele.
Insomma: pans gratis alle mamme felici, giovani che manifestano, hashtag che bruciano. Ma l’economia – reale – resta mutevole e troppo spesso lasciata ai margini. E quando un Pasto diventa simbolo più potente di una speranza, la linea tra politica del sorriso e politica del consenso diventa più sottile di quanto voglia ammettere chi siede al governo.



