In India, un gruppo di oltre 50 famiglie indigene Jenu Kuruba ha rioccupato la propria terra ancestrale all’interno della Riserva della Tigre di Nagarhole, nel Karnataka meridionale. Un ritorno simbolico e radicale, dopo quarant’anni di sfratti forzati imposti in nome della conservazione ambientale. È la prima volta, secondo Survival International, che in India una comunità indigena reagisce così: ricostruendo materialmente il proprio villaggio dentro un’area protetta, sfidando direttamente istituzioni, forestali e ONG.
Gli Jenu Kuruba – letteralmente “raccoglitori di miele” – sono esperti conoscitori della foresta: vivono di miele, erbe, tuberi, bambù e raccolte stagionali. Ma soprattutto vivono nella foresta, in simbiosi spirituale con gli animali che la abitano. Le tigri, che venerano come spiriti ancestrali, sono parte del loro pantheon. Eppure, paradossalmente, la presenza di queste stesse tigri ha giustificato negli anni ’80 la loro espulsione, per trasformare il territorio in una riserva faunistica: una “conservazione fortezza” imposta con il ferro e il fuoco.
In queste settimane, le famiglie rientrate hanno iniziato a costruire case secondo le tecniche tradizionali e portato con sé le foto dei defunti morti dopo lo sfratto: anche loro “tornano a casa”, spiegano. Secondo la loro visione del mondo, gli spiriti sacri non avevano mai abbandonato la foresta, ma erano in collera per l’abbandono forzato. Il ritorno, quindi, non è solo politico, ma anche rituale.

Le autorità hanno cercato di fermarli. Oggi, sul posto, c’erano 130 agenti tra polizia e guardie forestali. Ai giornalisti è stato vietato l’accesso. Ma i Jenu Kuruba non si sono lasciati intimidire. “Quando è troppo è troppo. Non possiamo più restare separati dalle nostre terre”, hanno scritto in una dichiarazione collettiva. “Tigri, elefanti, pavoni e cinghiali sono le nostre divinità. Ci opponiamo all’idea che umani e fauna non possano coesistere. È una menzogna funzionale al turismo e al profitto”.
Il Forest Rights Act del 2006 riconosce il diritto dei popoli indigeni a vivere e gestire i territori forestali. Eppure, nel caso di Nagarhole, circa 20.000 persone sono state sfrattate in violazione di quella stessa legge. Altre 6.000 sono riuscite a rimanere nella riserva, spesso subendo intimidazioni, aggressioni e, in alcuni casi, violenze armate.
Secondo Survival International, questa riappropriazione è un atto storico e necessario. “Se al governo indiano interessa davvero la conservazione della tigre – afferma Caroline Pearce, direttrice di Survival – deve non solo permettere il ritorno dei Jenu Kuruba, ma incoraggiarlo. Le prove scientifiche dimostrano che le popolazioni indigene favoriscono la sopravvivenza della fauna selvatica, non il contrario.”
In gioco non c’è solo la giustizia per una comunità, ma un’intera visione del mondo. I Jenu Kuruba non chiedono favori: reclamano ciò che è loro, come diritto e come dovere. E oggi, nella foresta di Nagarhole, hanno iniziato a riprenderselo. Casa per casa. Spirito per spirito.



