L’India continua a crescere più di quasi tutte le grandi economie mondiali, ma la guerra in Medio Oriente sta mostrando il lato più fragile del suo modello di sviluppo.
Il Paese più popoloso del mondo è anche uno dei più dipendenti dall’estero per l’energia: importa la grande maggioranza del petrolio che consuma e ogni tensione nel Golfo si trasforma rapidamente in pressione sulla rupia, sui conti pubblici, sui prezzi e sulle famiglie.
Il Fondo monetario internazionale stima per l’India una crescita reale del Pil del 6,5% nel 2026, un ritmo molto alto rispetto alle economie avanzate.
Ma in termini nominali, cioè misurati in dollari, l’India resta esposta alla debolezza della valuta: secondo il database Fmi, nel 2026 il Pil indiano a prezzi correnti è stimato a 4,15 trilioni di dollari, sotto il Regno Unito a 4,26 trilioni.
È qui che la crisi energetica pesa. A maggio la rupia è finita sotto pressione mentre il petrolio risaliva per le tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Reuters ha segnalato il 15 maggio un minimo storico oltre quota 96 rupie per dollaro, con il Brent vicino ai 110 dollari al barile. Il 27 maggio la valuta restava fragile, intorno a 95,77 per dollaro, mentre il greggio si muoveva vicino ai 100 dollari.
La ragione è semplice: l’India compra fuori quasi tutto il petrolio di cui ha bisogno. Secondo i dati del Petroleum Planning and Analysis Cell ripresi dall’Indian Express, la dipendenza indiana dalle importazioni di greggio è salita all’88,2% nell’anno fiscale 2024-25 e all’88,4% nel periodo aprile-settembre 2025-26.

La chiusura o l’instabilità dello Stretto di Hormuz colpisce dunque un nervo scoperto. L’India ha cercato di diversificare, aumentando gli acquisti da America Latina e Africa e spostando parte degli approvvigionamenti verso Venezuela, Brasile, Angola e Nigeria.
Ma la necessità di ridisegnare in fretta le rotte del petrolio mostra quanto la crescita indiana dipenda ancora da equilibri geopolitici lontani.
Il problema non è solo energetico. È industriale. L’India vuole diventare una potenza manifatturiera alternativa alla Cina, ma la quota della manifattura sul Pil resta bassa: secondo la Banca Mondiale, nel 2024 il valore aggiunto manifatturiero pesava circa il 13% del Pil indiano.
Una grande economia con una base industriale relativamente contenuta cresce, ma crea meno lavoro stabile di quanto servirebbe a una popolazione enorme e giovane.
Questa è la contraddizione centrale. L’India è una potenza nei servizi, nel digitale, nella farmaceutica, nell’outsourcing e in alcune filiere industriali. Ma non ha ancora trasformato la crescita in occupazione manifatturiera di massa.
Per milioni di lavoratori poveri, il “miracolo indiano” resta lontano: cantieri, lavoro informale, salari bassi, attese quotidiane per un impiego temporaneo.
La guerra in Medio Oriente non crea queste debolezze. Le rende visibili. Se il petrolio costa di più, aumentano i costi di trasporto, produzione, fertilizzanti, alimenti ed energia. Se la rupia si indebolisce, importare diventa più caro.
Se lo Stato deve proteggere consumatori e imprese dai rincari, si riduce lo spazio per investimenti sociali, infrastrutture e welfare.
Così la crisi esterna arriva nelle cucine, nei mercati, nei salari. Un Paese può crescere al 6 o 7%, ma restare vulnerabile se la sua energia arriva dall’estero, se la valuta è esposta al dollaro e se il lavoro industriale non basta ad assorbire la popolazione attiva.
Il caso indiano ricorda che la grandezza economica non coincide automaticamente con la sicurezza sociale. L’India può diventare una delle prime economie del mondo, ma la domanda decisiva resta un’altra: quanti cittadini saranno protetti da quella crescita, e quanti continueranno a viverla da spettatori poveri?



