Il brutale massacro avvenuto nel villaggio di Temta, nello stato indiano del Bihar, è l’ultimo episodio di una lunga serie di violenze alimentate dalla superstizione e dall’emarginazione sociale. Cinque membri della famiglia Oraon, tra cui tre donne, sono stati uccisi a colpi di machete e successivamente bruciati da una folla inferocita, accusati di aver provocato con la stregoneria la morte di un bambino del villaggio.
Il caso riaccende i riflettori su una piaga che affligge molte comunità rurali indiane, dove l’ignoranza e la povertà continuano a generare violenza.
La cronaca di una strage annunciata
Nella notte tra domenica e lunedì, circa cinquanta persone hanno fatto irruzione nella casa della famiglia Oraon, nel distretto di Purnea. Secondo quanto riferito dalla polizia, la folla, armata di machete, ha brutalmente aggredito Babu Lal Oraon, 50 anni, sua madre settantenne Kanto Devi, la moglie e due figli adulti.
I corpi sono stati bruciati in strada. Solo il figlio sedicenne è riuscito a sopravvivere, raccontando agli inquirenti l’orrore a cui ha assistito. L’aggressione sarebbe stata scatenata dalla convinzione che la famiglia avesse causato, con pratiche magiche, la morte di un bambino del villaggio e la malattia del fratello.
La polizia ha arrestato finora tre persone e istituito una task force per proseguire le indagini. Tuttavia, molti abitanti del villaggio si rifiutano di collaborare, rendendo difficile ricostruire le responsabilità individuali. Le autorità locali hanno condannato l’accaduto, definendolo un atto di barbarie figlio dell’ignoranza e della superstizione.
Un fenomeno radicato nella povertà e nell’isolamento
Quello di Temta non è un caso isolato. L’accusa di stregoneria colpisce in particolare donne anziane, vedove o persone marginalizzate all’interno della comunità. La stregoneria diventa il capro espiatorio per spiegare eventi tragici come malattie improvvise, morti inspiegabili o carestie.

Dal 2000 al 2016, oltre 2.500 persone sono state uccise in India con l’accusa di stregoneria, secondo i dati del National Crime Records Bureau. Stati come Jharkhand, Odisha, Chhattisgarh e il Bihar stesso sono tra i più colpiti da questi episodi.
In molte comunità tribali e rurali, l’assenza di assistenza sanitaria di base e di istruzione favorisce la diffusione di credenze arcaiche. Le malattie, anziché essere curate o diagnosticate correttamente, vengono attribuite a maledizioni o rituali malefici. La povertà e l’isolamento sociale creano un terreno fertile per questi episodi di violenza collettiva.
Leggi contro la stregoneria: insufficienti e poco applicate
Alcuni stati indiani, tra cui il Bihar, hanno adottato leggi specifiche per contrastare le accuse di stregoneria. Il Bihar Prevention of Witch Practices Act prevede pene detentive e multe, ma nella realtà i processi sono pochi e le condanne ancora meno. L’applicazione delle norme è ostacolata dalla reticenza delle vittime a denunciare e dalla complicità silenziosa delle comunità locali.
Una battaglia culturale e sociale
Negli ultimi anni alcuni attivisti e organizzazioni non governative hanno cercato di contrastare il fenomeno attraverso l’educazione e la sensibilizzazione. Donne come Chutni Mahato, sopravvissuta a un’accusa di stregoneria in Jharkhand, sono diventate simboli di questa lotta, offrendo supporto legale e psicologico alle vittime e promuovendo campagne di consapevolezza. Tuttavia, i loro sforzi restano isolati e poco sostenuti dalle istituzioni.
Per sradicare queste pratiche serve un approccio integrato che preveda l’estensione dei servizi sanitari nelle aree rurali, programmi educativi che spieghino le cause scientifiche delle malattie e il rafforzamento delle leggi esistenti. Serve inoltre promuovere il ruolo delle donne nelle comunità rurali, spesso le prime vittime di queste credenze.
Il massacro di Temta è l’ennesima tragedia che rivela quanto sia ancora fragile la condizione dei più vulnerabili in India. Finché superstizione e povertà continueranno a intrecciarsi, la violenza rischia di esplodere nuovamente, colpendo chi non ha voce né difese. Servono coraggio politico, investimenti sociali e un profondo cambiamento culturale per porre fine a queste barbarie che non appartengono al presente, ma che purtroppo sopravvivono nel cuore di molte comunità.



