sabato, Dicembre 6, 2025

Delhi, l’aria dei ricchi e quella degli ultimi

A Delhi l’inverno non inizia quando scende la temperatura, ma quando smettono di vedersi i palazzi a dieci metri di distanza. Il freddo arriva dopo, lo smog prima. È la stagione in cui la capitale indiana sparisce dietro un filtro grigio e si scopre ogni anno la stessa verità: l’aria non è uguale per tutti, come non lo sono reddito, cure mediche e diritti.

Da settimane l’AQI di Delhi oscilla tra 300 e 400: “molto scadente” quando va bene, “severo” quando si supera quota 400, come è successo per dieci giorni di fila in alcuni quartieri. Oggi la città viaggia intorno a 350 e la Corte Suprema indiana ha calendarizzato un’udienza urgente per il 3 dicembre: quando la qualità dell’aria deve arrivare fino in tribunale, vuol dire che la politica ha già respirato troppa polvere senza fare abbastanza.

Intanto il governo locale sospende tutte le attività sportive all’aperto nelle scuole, rimanda eventi, ordina modalità ibride di lezione: per chi ha una casa grande, una connessione decente, magari un purificatore d’aria, è un fastidio. Per chi vive in una baracca o in una stanza in affitto lungo un’arteria trafficata, è un paradosso: chiudersi dentro non ti protegge, ti aggiunge solo l’inquinamento della cucina a legna o a kerosene e della scarsa ventilazione.

Ogni anno la sceneggiatura è la stessa. L’inverno del Nord India porta con sé un cocktail prevedibile: poco vento, temperature in calo, emissioni industriali, traffico, centrali a carbone, bruciatura delle stoppie nei campi del Punjab e dell’Haryana. Tutto questo si mescola, resta intrappolato nella cappa meteorologica sopra la pianura del Gange e si schianta addosso a una regione di decine di milioni di persone. L’aria di Delhi non è solo “aria di città”: è il prodotto di un intero airshed, come dicono i rapporti della Banca Mondiale, una bolla di inquinamento che attraversa confini statali e nazionali e che nessuna misura emergenziale locale può davvero fermare da sola.

Le autorità rispondono con il solito menu d’emergenza: blocchi alle costruzioni, restrizioni ai veicoli più inquinanti, chiusura di cantieri, appelli al lavoro da casa, fino al folklore tecnologico dell’“inseminazione delle nuvole” per far piovere artificialmente. Quest’anno il piano di pioggia indotta è stato annunciato e rimandato più volte, con risultati risibili. Quando l’AQI scende da 450 a 350, i comunicati parlano di “miglioramento significativo”: come se passare da venti a quindici sigarette al giorno fosse un progresso di salute.

Dietro le sigle – PM2.5, AQI, GRAP-III – ci sono polmoni piccoli. I bambini sono la categoria più esposta: le particelle fini entrano in profondità nelle vie respiratorie, il sistema immunitario è ancora in formazione, il corpo respira più in fretta di quello di un adulto. Pediatri e pneumologi di Delhi raccontano che, durante la stagione dello smog, la quota di piccoli pazienti con problemi respiratori raddoppia: da un 20–30% di base fino a toccare il 50–70% nei periodi peggiori, con ondate di bronchiti, polmoniti, crisi asmatiche e infezioni a catena.

Non è un’impressione, è un dato epidemiologico: secondo il rapporto State of Global Air 2024, l’inquinamento è diventato il secondo fattore di rischio per la morte dei bambini sotto i cinque anni nel mondo, dopo la malnutrizione. In India, stime diffuse nel 2024 parlano di 464 bambini sotto i cinque anni che muoiono ogni giorno per cause legate all’aria inquinata, più dei decessi attribuibili al fumo attivo e al diabete. Dietro quelle cifre c’è il prolungamento di scene come quelle osservate nelle cliniche pediatriche attorno a Delhi: sale d’attesa piene di bambini che tossiscono, faticano a respirare, hanno febbre e congestione toracica, genitori che arrivano dopo notti in bianco passate ad ascoltare il respiro dei figli.

Ma il punto, in un paese da 1,4 miliardi di abitanti, non è solo l’inquinamento in sé. È chi respira cosa. L’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che l’inquinamento atmosferico colpisce in modo sproporzionato donne, neonati, bambini piccoli e poveri. Non è un caso: se vivi in un quartiere ricco di Delhi hai più probabilità di avere finestre doppie, purificatori, accesso a cure mediche private, la possibilità di tenere i figli a casa qualche giorno, magari di mandarli per un po’ dai nonni in una città meno inquinata. Se vivi in una baraccopoli o in una periferia informale, la tua giornata è l’esatto contrario: lavori per strada o in cantieri, usi combustibili sporchi per cucinare, abiti in spazi stretti, con scarsa ventilazione, esattamente nei punti in cui il traffico è più feroce.

Studi sugli slum di Mumbai, Pune, Hyderabad raccontano una realtà semplice: i livelli di PM2.5 all’interno delle baracche non sono solo alti quanto quelli esterni, spesso li superano, perché alle polveri di fuori si aggiungono fumo di cucina, incenso, stufe improvvisate, umidità, muffe. Le famiglie più povere, quelle che non hanno cappa, non hanno finestre vere, non hanno soldi per passare a combustibili più puliti, sono le stesse che si sentono dire dai medici di “tenere i bambini in casa e farli uscire poco”. Dentro un ambiente che è a sua volta saturo.

“Delhi – Urban Air Pollution” by jenspie3 is licensed under CC BY 2.0.

Qui l’inquinamento smette di essere una questione “ambientale” e diventa un fatto di classe. Una ricerca del 2025 sull’India mette in fila i dati: le comunità a basso reddito, soprattutto nelle aree urbane, sono esposte a concentrazioni di PM2.5 e PM10 significativamente più alte rispetto ai quartieri benestanti, con più malattie respiratorie, minore aspettativa di vita e maggiori costi sanitari. L’autore la definisce senza giri di parole “ingiustizia ambientale sistemica”.

A livello globale, la Banca Mondiale calcola che 716 milioni di persone povere, che vivono con meno di 1,90 dollari al giorno, sono esposte a livelli di PM2.5 sopra le soglie considerate sicure, e che la maggior parte di loro abita in paesi a basso e medio reddito come l’India. In altri termini: chi contribuisce meno al problema, respirando emette quasi zero CO₂, paga il prezzo più alto in termini di salute.

Intanto, il discorso pubblico continua a oscillare tra il tecnocratico e il moralistico. Da un lato si parla di “smart cities”, auto elettriche, iniziative private di riforestazione, cittadinanza verde. Dall’altro, si invita i singoli a “metterci del loro”: meno auto, meno fuochi d’artificio per Diwali, più responsabilità personale. Tutto importante, ma tutto costruito sul presupposto che si possa scegliere. Chi vive in una baraccopoli lungo i binari non sceglie niente: respira ciò che passa il convento e prende il treno, letteralmente, quando proprio non ce la fa più.

Il paradosso è che, sul piano dei numeri macro, l’India ha fatto passi in avanti enormi: la povertà estrema (meno di 2,15 dollari al giorno) è crollata dal 27% del 2011 a poco più del 5% nel 2022–23, secondo l’ultima analisi della Banca Mondiale. Più gente mangia, più gente ha accesso a servizi di base, più gente entra nella classe media. Ma questa stessa crescita – energivora, urbanizzata, basata ancora in larga parte sul carbone e su un’edilizia a basso costo – ha creato un’altra forma di povertà: quella dell’aria. Non è segnata nei registri come “estinzione della povertà”, ma come aumento di asma, BPCO, malattie cardiovascolari, demenza in età avanzata.

Uno studio dell’Università di Cambridge, citato di recente anche nei media indiani, ha collegato l’esposizione a lungo termine a certi inquinanti atmosferici a un maggiore rischio di varie forme di demenza, compreso l’Alzheimer. Il pezzetto di inferno che vediamo oggi nelle cliniche pediatriche di Delhi potrebbe tradursi, tra trent’anni, in un’ondata di malattie croniche tra adulti che hanno respirato troppa aria tossica da piccoli.

Mentre tutto questo accade, la città continua a vivere una schizofrenia quotidiana. Le scuole rimandano le partite di calcio e i tornei di atletica “fino a nuovo ordine”, università e federazioni sportive spostano eventi, alcuni uffici tornano al lavoro da casa per ordine delle autorità dell’aria. Non per il Covid, non per una nuova emergenza sanitaria, ma perché respirare è diventato un’attività ad alto rischio. I bambini con i genitori che possono permetterselo riempiono le stanze di purificatori e mascherine N95; gli altri riempiono le sale d’attesa degli ospedali pubblici.

La domanda che molti genitori si fanno, e che raramente si pone a livello politico, è brutale nella sua semplicità: che senso ha crescere un figlio in una città dove non può respirare in sicurezza? Alcuni, tra quelli che hanno soldi e passaporto, se ne vanno. Altri sognano di farlo. I più rimangono, perché non hanno alternativa. La fuga dall’aria è un lusso tanto quanto la fuga dalla povertà.

Nel frattempo, un ex alto funzionario di polizia come Kiran Bedi arriva a scrivere un appello pubblico al governo centrale perché intervenire “proattivamente” contro lo smog di Delhi, definito “agonizzante e deprimente”. Se anche chi ha passato la vita a chiedere “legge e ordine” si ritrova a chiedere “aria e ossigeno”, vuol dire che la crisi ha sfondato da tempo la bolla degli ambientalisti militanti.

Si può raccontare tutto questo come una storia di emergenza stagionale, da archiviare quando tornerà il vento o pioverà abbastanza. Oppure si può vederlo per quello che è: un pezzo di povertà moderna che non si misura solo in reddito, ma in anni di vita in meno, in giornate di scuola perse, in polmoni che invecchiano prima. La vera frattura non è tra chi usa o no la mascherina, ma tra chi può comprarsi un’uscita di sicurezza – un quartiere migliore, una seconda casa, un visto – e chi resterà a respirare qui, in prima fila, mentre gli indici di qualità dell’aria cambiano colore e il lessico ufficiale parla di “miglioramento” perché siamo solo venti volte sopra i limiti dell’OMS invece che trenta.

Finché l’inquinamento resterà un problema tecnico e non una questione di giustizia, Delhi continuerà a vivere i suoi inverni così: scuole a singhiozzo, tribunali pieni, cieli vuoti, polmoni pieni. E milioni di poveri a cui nessuno chiede mai un parere, ma che ogni mattina pagano in anticipo, con il proprio respiro, il prezzo di un modello di sviluppo che non hanno deciso.

“Smoke – D7K 0532 ep” by Eric.Parker is licensed under CC BY-NC 2.0.

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