Il volto nuovo dell’anarchismo radicale (2)

Negli anni Settanta il terrorista di sinistra aveva una faccia riconoscibile. Stava nelle Brigate rosse, in Prima linea o in un’altra delle decine di sigle della lotta armata; parlava il linguaggio del comunismo rivoluzionario, spesso dell’operaismo; si pensava come parte di un’organizzazione, di una catena di comando, di un soggetto storico collettivo. Oggi quella figura è molto più difficile da mettere a fuoco. Non perché sia sparita la violenza politica, ma perché è cambiato il suo corpo sociale.

Il giovane che si muove nella galassia anarchica contemporanea non ha quasi mai il profilo del militante d’apparato. Non arriva da una struttura rigida, non obbedisce a un centro riconoscibile, non si presenta come quadro di partito armato.

È, molto più spesso, un soggetto di ambiente: entra in un mondo di assemblee, campeggi antimilitaristi, benefit per detenuti, concerti, rassegne editoriali, presentazioni di libri, spazi occupati, reti di solidarietà, canali Telegram, siti d’area e relazioni che si consolidano nel tempo.

Lo si vede bene proprio scorrendo i materiali di questi mesi: su La Nemesi compaiono nello stesso flusso un campeggio antimilitarista anarchico, un aperitivo benefit antifascista, assemblee contro la guerra, aggiornamenti sui processi e rivendicazioni di attacchi; su Il Rovescio si alternano iniziative pubbliche, cortei, materiali sul 41 bis, benefit e concerti.

Questo non è un dettaglio folcloristico. È la chiave per capire chi sono oggi i ragazzi e le ragazze che abitano questa costellazione. Prima ancora che una linea politica, vivono una forma di vita. La loro radicalizzazione non passa necessariamente da una scuola dottrinaria o da una disciplina organizzativa, ma da un apprendistato diffuso fatto di lessico, riti, frequentazioni, memoria condivisa, sostegno ai prigionieri, inimicizie comuni.

Non si “iscrivono” soltanto: frequentano. Passano da una discussione sul 41 bis a una proiezione su una “war machine”, da una camminata contro le esercitazioni militari a un’apericena benefit, da una rassegna editoriale a una giornata di tatuaggi e piercing per autofinanziare il supporto ai detenuti.

In un Tattoo Circus benefit per i prigionieri rilanciato da Il Rovescio, per esempio, si trovano nello stesso programma chiacchiere su un manuale erboristico scritto da una detenuta anarchica antispecista, apericena di autofinanziamento e concerti; in un benefit per anarchici e mapuche in Cile e Argentina, sempre sullo stesso sito, dopo l’incontro sui prigionieri viene annunciata un’“apericena vegan” e poi un concerto.

Non sono orpelli. Sono dettagli materiali che raccontano un mondo: corpi, gusti, abitudini, socialità, autofinanziamento, cultura musicale, linguaggio inclusivo, attenzione al veganismo e all’antispecismo come parte di una stessa ecologia politica.

Il punto è che questa ecologia tiene insieme pezzi che a uno sguardo esterno sembrano distanti. Carcere e Palestina. CPR e militarizzazione. Tecnologia e guerra. Agricoltura industriale e logistica bellica. Sulle home page di questi siti convivono senza attrito apparente testi sul 41 bis, iniziative “contro la scuola in guerra”, campagne contro Leonardo o Iveco, materiali sui “prigionieri anarchici”, presìdi contro i CPR, rassegne editoriali e comunicati di rivendicazione.

Il collage non è casuale: per chi vive dentro questo ambiente, tutti questi fronti compongono un unico sistema di dominio. La repressione interna è la prosecuzione della guerra con altri mezzi; la guerra esterna si vede nei binari, nei porti, nelle aziende, nelle frontiere, nelle carceri.

Per questo il giovane anarchico radicale di oggi non si definisce quasi mai a partire da una sola causa. Si definisce per connessione: mette in relazione ciò che il discorso pubblico separa. È un internazionalismo meno classico e più molecolare, fatto di traduzioni, rilanci, benefit, campagne, solidarietà a distanza, attenzione simultanea per Cospito, per i prigionieri greci, cileni o indonesiani, per i migranti rinchiusi nei CPR, per i territori militarizzati.

La Nemesi, con le sue sezioni su azioni, approfondimenti, prigionieri anarchici, archivio e “other languages”, è quasi la mappa tecnica di questa connessione permanente.

Foto William Warby frCreative Commons Attribution 2.0 Generic licenseom London, England

C’è poi una differenza ancora più importante con gli anni Settanta. Allora la violenza politica di sinistra tendeva a legittimarsi nel nome di un soggetto collettivo: la classe, il proletariato, l’avanguardia, il partito armato. Qui, invece, il baricentro si sposta sulla soggettività.

I testi che circolano in quest’area insistono molto meno sulla disciplina e molto di più sulla coerenza personale tra idea e vita, sul rischio individuale, sull’affinità, sulla responsabilità diretta del gesto. È un lessico nel quale l’organizzazione conta meno dell’intensità morale.

Il giovane che entra in questo mondo non si pensa come funzionario della rivoluzione, ma come qualcuno che deve incarnarla, farla coincidere con il proprio stile di vita, con le proprie relazioni, con il proprio rapporto col rischio.

È anche per questo che il passaggio tra attivismo radicale e disponibilità alla violenza risulta più difficile da leggere dall’esterno: non avviene sempre attraverso una struttura, ma può maturare come prova di coerenza, come salto di intensità dentro una forma di vita già separata dal resto.

I materiali recenti che celebrano l’“inestricabile connubio tra pensiero e azione”, o che presentano il sabotaggio come atto concreto di antimilitarismo, indicano proprio questo spostamento.

Perciò il ritratto del giovane anarchico contemporaneo deve tenere insieme durezza e normalità. Durezza, perché in questi ambienti circolano formule che legittimano il sabotaggio, parlano di “guerra”, saldano conflitto e violenza, esprimono ostilità aperta verso media, istituzioni, polizia, industria bellica, frontiere.

Normalità, perché quelle stesse persone frequentano serate, fiere dell’editoria anarchica e libertaria, biblioteche anarchiche, proiezioni, concerti, dibattiti, apericene, campeggi.

Il corpo sociale che ne viene fuori non è quello del clandestino professionale sempre separato dal mondo, ma quello di una minoranza che abita pezzi riconoscibili dell’attivismo radicale contemporaneo: spazi autogestiti, circuiti editoriali, casse di solidarietà, linguaggi inclusivi, cura dei detenuti, reti transnazionali, culture musicali e alimentari specifiche.

Alla fiera dell’editoria anarchica e libertaria di Seriate, per esempio, il programma accosta presentazioni di libri, proiezioni e apericena; a Pisa il Garage Anarchico ospita un’apericena con proiezione di un documentario intitolato To Kill a War Machine; a Lecco una serata benefit mette in fila frontiere, guerre e lotte, con apericena e discussione presso il Centro di documentazione anarchico l’Arrotino. Non è la periferia del discorso: è il suo habitat.

Tutto questo non assolve e non colpevolizza. Delinea. Dice che oggi il “terrorista di sinistra”, se vogliamo ancora usare questa formula, non ha più il volto netto del brigatista novecentesco. Ha un volto più intermittente e più normale.

Può sembrare un ragazzo o una ragazza di milieu: precario, mobile, politicizzato su più fronti, immerso in una cultura di movimento fatta di relazioni e media propri. Ma dentro quella normalità si deposita una visione del mondo molto radicale, in cui carcere, guerra, frontiera, tecnologia, polizia e capitale sono percepiti come facce di una stessa macchina, e in cui il sabotaggio o l’azione diretta possono smettere di apparire eccezioni e diventare possibilità moralmente legittime.

Il passaggio decisivo, allora, non è dalla politica alla violenza in astratto. È da un ambiente a una soglia. E per capire quella soglia, più che inseguire il fantasma degli anni Settanta, bisogna guardare da vicino la forma di vita che la prepara.

Автор: Antinazi Koordination Frankfurt a.M. – https://www.flickr.com/photos/antinazi/481315531/, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=97426483